venerdì 30 dicembre 2011

L'energia che toglie luce alla 'Provincia Bella'

Alcuni mesi fa, nel giugno di questo anno, pubblicai una nota dal titolo "Ritrovarsi a parlare di infelicità": ci si trovava, allora, nel pieno del Festival della Felicità organizzato dalla Provincia di Pesaro e Urbino, e riflettevo su quanta 'felicità' ci potesse essere in una provincia -definita la Provincia Bella- che non tratta bene la propria terra, e dunque la propria cultura. Concludevo la nota con queste parole: "(...) assistere impotenti alla trasformazione delle terre e dei borghi in un grosso business industriale, osservare infelicemente stupiti come un campo diventi una distesa di acciaio e di specchi o una serie vasche per la produzione di gas. La felicità sarebbe accorgersi che chi ci governa, in Comune, in Provincia, in Regione, scopra finalmente che la vera ricchezza, che ci è data gratuitamente in dono, è quella che calpestiamo ogni giorno, che respiriamo ogni giorno, che guardiamo ogni giorno".


Non è un problema esclusivo della provincia di Pesaro e Urbino, ho trovato per esempio una netta presa di posizione contro il fotovoltaico sui terreni agricoli nel blog di Paola Andreoni, capogruppo del Partito Democratico nel consiglio comunale di Osimo (è dal suo blog che ho preso l'immagine qui pubblicata).
Ieri il giornalista del Resto del Carlino Roberto Damiani ha scritto, sulle pagine della cronaca di Pesaro,  un articolo molto duro, e molto bello, sulla situazione degli impianti fotovoltaici a terra. L'ho chiamato al telefono per complimentarmi, e mi è sembrato davvero indignato, e lì per lì ho pensato che, forse, il giornalismo di inchiesta in Italia non è morto.

Ma perché un territorio straordinario, dove lavorarono i più grandi artisti della storia dell'arte italiana, un territorio piccolo e peraltro ancora ben conservato, smantella la sua ricchezza?
Nonostante ci sia il buon esempio di un piccolo comune -San Costanzo- che ha vietato gli impianti a terra, l'Amministrazione Provinciale continua a dare permessi. In un veloce scambio di sms con Matteo Ricci, presidente della Provincia, tra l'altro persona che stimo e su cui credo in molti facessero, e facciano tuttora, affidamento per una politica di innovazione e riformismo, mi è stato risposto che sono tutte richieste precedenti alla legge regionale del settembre 2010, legge che limita l'impatto di tali impianti (e tuttavia non vieta quelli che ricoprono i terreni agricoli). Vedremo di informarci meglio. Per ora buona lettura con l'articolo di Damiani.

Il fotovoltaico da verde a... nero: troppi specchi
 L'alternativa che divide. La Provincia ha deliberato negli ultimi mesi almeno 60 impianti

di Roberto Damiani

LA CHIAMANO energia pulita. Forse è vero ma solo perché non produce fumo puzzolente. Dai raggi del sole ci ricava energia elettrica. Solo che a forza di installare impianti fotovoltaici sta andando in malora l’immagine di una terra tanto cara a Dustin Hoffman e al suo spot pubblicitario.
Le migliori colline della provincia di Pesaro e Urbino con quei colori che francesi e tedeschi si sognano, vengono oscurate giorno per giorno da ettari di specchi. La Provincia, competente ad autorizzare le richieste, ne ha deliberati in pochi mesi almeno 60 impianti. I Comuni fanno da passacarte. Qualcuno prova a dire di no temendo la devastazione del territorio, ma vengono zittiti. Come è successo a quello di Pergola. Lo si legge nella determina provinciale n. 913 del 31 marzo 2011: «....preso atto che il Comune di Pergola esprime parere contrario alla realizzazione dell’impianto, ritenuto di non poter condividere il parere negativo espresso dal Comune in quanto il regolamento comunale non ha validità giuridica (bizzarra teoria, ndr) mentre la Dacr n. 13 del 30/09/2011 non ha valore retroattivo per le istanze presentate antecedente alla sua entrata in vigore, pertanto si approva». In questo caso, la domanda di installare l’impianto l’ha proposta una società immobiliare. In questo modo scompaiono centinaia di ettari di terreno fertile che fino all’anno prima producevano grano, mais, giarasoli o carciofi. Ora specchi.

I PRIMI a sbarazzarsi del terreno sono stati proprio gli imprenditori agricoli, piccoli e grandi. Tra il 2003 e il 2010 hanno offerto i loro appezzamenti di terreno, anche nei punti più belli della Provincia, a chi pagava di più. I primi a presentarsi sono stati i tedeschi. Una società in particolare: la Solcontex international ag-Monaco di Baviera. Ha ottenuto una serie di autorizzazioni per installare impianti a Mondavio e Lucrezia. Sono tutti sotto un 1 megawatt di potenza, perché in questo modo non occorre chiedere l’autorizzazione alla regione per il «Via», il via libera ambientale. Così gli impianti sono tutti di potenza pari a 999,96 mw. Una presa in giro, ma a quanto pare piace a tutti. Ci sono prescrizioni da osservare: nei terreni agricoli ad esempio non possono esserci messi casottini prefabbricati per ospitare la centrale di trasformazione ma vanno fatte opere murarie «conformi» all’ambiente agricolo. Non ce n’è una. Si vedono solo box orribili prefabbricati.

PER RENDERE meno sgradevole la pillola al cianuro riservata all’ambiente, la Provincia prescrive di di piantare alberi tutt’intorno ma la dirigente Elisabetta Cecchini sogna che il verde sia «arealmente esteso». Scrive infatti: «...sono da preferire formazioni arboree ed arbustive che non accentuino la linearità dei confini degli impianti ma, al contrario, contribuiscano a recare elementi di transizione arealmente estesi ed irregolari». Cosa vorrà dire è difficile da intendere, ma sembra quasi che si debbano piantare alberi in mezzo agli specchi per garantire gli «elementi di transizione arealmente estesi». L’autorizzazione vale 20 anni, e si può rinnovare ma a determinate condizioni. Se l’impianto rimane inattivo due anni, il titolare perde il diritto a continuare e l’impianto va dismesso. Affinché si riporti il territorio alle sue condizioni originarie, l’imprenditore deve versare una fidejussione valida per 15 anni che copra i costi della dismissione degli specchi in caso di inadempienza del titolare. Il quale ripaga in 6 anni l’investimento per poi incassare ingenti guadagni. Che non dividerà con nessuno, tantomeno risarcirà i danni per quelle colline «rubate» per 20 anni ai libri d’arte.
(da Il Resto del Carlino, edizione Pesaro, 29 dicembre 2011)