lunedì 17 marzo 2008

Nemici del popolo

Strage via Fani, Rapimento Moro, Brigate Rosse

“La scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata”:
(Dal comunicato n. 1 delle Brigate Rosse, 18 marzo 1978)

Chi sono i cinque ‘famigerati’, uccisi dal commando delle Brigate Rosse che giovedì 16 marzo 1978, alle ore 9.20, in via Fani a Roma, rapisce il presidente del Consiglio Aldo Moro? Uno viene da una famiglia contadina della Campania: il fratello lavorava nei campi quando apprende dalla radiolina la notizia dell’attentato, un altro vive in caserma (lo stipendio di un agente non consente molto di più) e aspetta di essere promosso prima di sposarsi, un altro ancora era fuggito dalla miseria delle campagne molisane. Il più ‘vecchio’ ha 52 anni, il più giovane 24. Non sono solo ‘divise’, sono uomini che hanno una famiglia, figli, genitori, fratelli. Sono persone che hanno passioni, amici, desideri. Fanno un lavoro difficile e hanno una paga da fame, non molto diversamente da oggi. Sono figli del popolo, loro, uccisi ‘in nome del popolo’ da assassini che di popolare non hanno nulla.


A 44 anni è assassinato Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri. Era marchigiano, nato a San Paolo di Jesi, in provincia di Ancona, nel 1934. Ottimo motociclista, entra a far parte della scorta di Moro alla fine degli anni Cinquanta. Diviene il suo autista di fiducia e quel 16 marzo 1978 si trova al posto di guida della Fiat 130 su cui viaggiava il presidente della DC. Gli contano sette proiettili sparati alla testa. A casa lascia la moglie Maria e due bambini.
Giovanni Ricci, aveva 11 anni quando assassinarono suo padre. Dichiara al Corriere della Sera: “Non vorrei che fossero solo i brigatisti a scrivere la storia. Perché mio padre era un carabiniere, ma dentro la divisa c' era un uomo che la sera prima di essere ammazzato ha salutato il suo bambino, cioè io, con una carezza e un complimento per la prima partita di calcio giocata coi compagni di scuola”.

Il maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi era nato nel 1926 a Torino. Mentre frequenta il ginnasio, rimane orfano del padre che muore in guerra. Decide di terminare gli studi e di arruolarsi nell’Arma. Lavora in diverse sedi, poi è inviato a Viterbo come istruttore alla Scuola Sabotatori del Centro Militare di Paracadutismo. Nel 1963 è chiamato a far parte della scorta dell'onorevole Aldo Moro.
Leonardi, detto Judo, era il caposcorta e come tale quasi un’ombra di Moro, la sua guardia del corpo più fedele. Quel 16 marzo 1978 si trova nel sedile anteriore della macchina del presidente, vicino a Domenico Ricci. E’ Leonardi a compiere il tentativo estremo di proteggere Moro con il proprio corpo. Lo ammazzano a 52 anni. Lascia la moglie e due figli Sandro e Cinzia di 17 e 18 anni.
Racconta la moglie Ileana Lattanzi: “La nostra disperazione è derivata anche dal fatto che durante tutti questi anni ci siamo trovati soli. Lo Stato non ci ha messo a disposizione psicologi, come si usa fare adesso”.

Quel 16 marzo Francesco Zizzi è al suo primo giorno di scorta al servizio dell’onorevole Moro. Lui, nato a Fasano, in provincia di Brindisi, nel 1948, era entrato in Polizia nel 1972. Quattro anni dopo aveva vinto il concorso per la scuola allievi sottufficiali di Nettuno.
All’epoca Francesco vive, come molti altri poliziotti giovani, nella caserma Cimarra, di via Panisperna. Dopo aver ottenuto i gradi di vice brigadiere, inizia a progettare le nozze con la fidanzata Valeria.
Si trova nell’alfetta che precede la macchina di Moro, seduto al posto del passeggero. I brigatisti gli sparano, ma non muore subito. Il cuore si fermerà all'ospedale Gemelli di Roma. Aveva trent’anni e una grande passione: amava cantare e si esibiva con la chitarra.
Ha dichiarato la sorella Adriana: “Non piango mai per la morte di mio fratello in presenza di altri e a maggior ragione con mia figlia. Lei voleva sapere, e capire. Le ho raccontato ma in maniera pacifica senza disturbare la sua coscienza. La mia è stata già abbastanza disturbata”.

Il più giovane è il poliziotto Giulio Rivera: ha solo 24 anni e guida lui la macchina che precede quella di Moro. I brigatisti lo crivellano con otto colpi di pistola. Era nato nel 1954 a Guglionesi, in Molise, in provincia di Campobasso. La sorella Carmela: “Se solo chiudo gli occhi e lo rivedo in quella bara…non è piacevole. A casa non ho una sua foto in divisa: non riesco a sopportarlo”.

L’unico che riesce da uscire dall’auto, tentando la difesa, è la guardia Raffaele Iozzino. I terroristi lo finiscono a terra sparandogli in fronte. Non aveva ancora compiuto i 25 anni.
Raffaele era nato in provincia di Napoli, a Casola, nel 1953, in una modesta famiglia contadina. Nel 1971 si arruola nella Pubblica Sicurezza, frequenta la scuola della Polizia di Alessandria e viene poi aggregato al Viminale e comandato alla scorta di Aldo Moro.
Io ero tra i campi ad aiutare mio padre –racconta il fratello Ciro- avevo la radiolina accesa quando, purtroppo, interruppero le trasmissioni per dare la notizia del sequestro”.