Sono cresciuto facendo i compiti di scuola nella caserma della polizia della mia città quando mio padre era di ‘piantone’. Ero un bambino stupefatto e felice quando ascoltavo le conversazioni radio, mi piaceva curiosare nella sala della modesta mensa, entravo con rispetto nell’ufficio del maresciallo che comandava la sezione, guardavo con curiosità e paura gli identikit o le foto segnaletiche dei ricercati, leggendo con avidità un po’ truculenta, i curricula delittuosi d’ognuno di loro.
Ricordo, anche se ero piccolo, mio padre partire per l’Abruzzo nel 1971, quando ci furono disordini a L’Aquila per il capoluogo di regione. E lo ricordo partire verso Roma, più tardi, nel 1978, subito dopo la strage di via Fani e il rapimento di Aldo Moro. E lo ricordo anche tornare a casa, e non una sola volta, dando la notizia di un suo collega morto. Ho ancora davanti agli occhi mio padre che ci annuncia la morte di Gaetano Strano, cui è intitolata una galleria sull’A14. Era morto, schiacciato da un camion mentre stava portato aiuto in un incidente stradale.
Ricordo anche i problemi: il salario da fame, prima e dopo la smilitarizzazione, l’apprensione di mia mamma per un ritardo di mio padre e le telefonate in caserma per chiedere se fosse successo qualcosa. Ora sorrido, pensando alla sua paura, quando i colleghi le portarono la notizia di una rovinosa caduta di mio padre in motocicletta, per fortuna senza conseguenze troppo gravi. E oggi, con tenerezza, ricordo anche la mia veglia notturna, accanto a lui, sul letto immobile e ferito.
E poi le cose –dai giocattoli ai vestiti- che noi bambini prima e ragazzi poi non potevamo permetterci, le vacanze che si facevano a due passi da casa, in domestici appennini marchigiani, ricordo, già tredicenne, le prime vacanze ‘vere’, un po’ di giorni a Trafoi, nelle case di villeggiatura della Polizia.
Ecco perché chi è nato e cresciuto con un genitore poliziotto, non può non amarne la divisa, non può avere timore delle pattuglie che ti fermano per strada, di un posto di blocco, di un controllo. Sai che sono lì per difenderti, per tutelarti. Sai che stanno facendo il proprio dovere di tutori dell’ordine e della sicurezza dei cittadini. E sai anche che lo fanno a stipendi inadeguati, pochi euro per gli straordinari, poche tutele.
Ecco perché starò sempre dalla parte della Polizia.
Ed ecco perché, leggendo su Repubblica, l’intervista che Giuseppe D’Avanzo ha realizzato con Marco Poggi, l’infermiere penitenziario testimone dell’inferno di Bolzaneto, ho pensato che la Polizia di Stato non ha bisogno di quei poliziotti, di quei medici-poliziotto che hanno partecipato a quella inutile operazione di ‘bassa macelleria’.
A Genova ci sono state violenze non solo da parte dei cosiddetti black block, ma anche del mondo dei centri sociali e quelle violenze andavano prevenute e represse con durezza. Quello che è successo a Genova lo abbiamo visto, è stato ripreso, filmato. Quello che è successo dentro la caserma di Bolzaneto no. La vendetta consumata in quella caserma non sui black blok, ma su giovani italiani e stranieri, è stata barbara e ha mostrato ciò che gli esseri umani possono fare ad altri esseri umani. Lì dentro, dentro Bolzaneto, hanno rivissuto la crudeltà e il sadismo dei torturatori di ogni epoca.
Quegli agenti, riconosciuti colpevoli, infangano il lavoro di mio padre e di tanti onesti come lui. Quegli agenti non fanno altro che creare risentimento, rabbia, sfiducia fra i giovani. La Polizia è un’altra cosa, non c’entra niente con Bolzaneto. Non è questione di destra o di sinistra: è questione di civiltà e di umanità.
Quando leggo o ascolto alcune testimonianze, penso a sempre a un’unica cosa: cosa avrà detto, cosa avrà raccontato ai propri figli, tornando a casa dal lavoro, quel poliziotto che ha sbattuto la testa a un giovane contro il muro, che ha strappato il piercing dal naso di una ragazza, che ha colpito i testicoli d’un giovane ammanettato? Avrà cenato come sempre, messo a dormire i figli, parlato con sua moglie o suo marito?
Nel 2004 Levy P. Mwanawasa, presidente della Repubblica dello Zambia scrisse alcune righe che mi sono tornate alla mente. Attenzione: il contesto è completamente diverso (in quel caso si parlava di pena di morte) ma restano valide le considerazioni sulla responsabilità individuale di ciò che facciamo:
Scrive l’africano Mwanawasa:
Quanti di coloro che la pensano diversamente, cioè che non commettiamo questo tipo di violazione (applicando punizioni inumane o degradanti) , accetterebbero di essere loro gli esecutori materiali dell´impiccagione? Peggio ancora, quanti di voi parlerebbero con fierezza del numero di persone a cui hanno legato la corda intorno al collo ogni giorno e di come i condannati supplicassero in lacrime la grazia? Avreste il coraggio di parlare di tutto ciò a cena con la vostra famiglia?
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Gli articoli pubblicati il 18 e il 19 marzo 2008 su Repubblica.it:
Io, l'infame della caserma che ha denunciato quelle torture, di Giuseppe D'Avanzo (18 marzo 2008)
Torture e impunità nell'inferno di Bolzaneto, di Massimo Calandri (19 marzo 2008)
Genova, quei silenzi sul Garage Olimpo di Bolzaneto, di Giuseppe D'Avanzo (19 marzo 2008)