martedì 10 marzo 2009

Veltroni, il "ma anche" e l'abbondanza della vita

Quello che avevo in mente e non potevo dire


La frase l’ha pronunciata a piazza di Pietra, a Roma, giovedì 18 febbraio. «Abituiamoci all’idea –spiega Veltroni, annunciando le dimissioni da segretario del PD- che un grande partito è un luogo di diversità. Non vi preoccupate, non vi spaventate, non chiedete a chi mi succederà: “ma su questo tema il Pd ha avuto tre deputati che hanno votato diversamente”. La mia risposta, quella che avevo in mente e che non potevo dare è: per fortuna sì. Per fortuna sì, per fortuna che il Pd non è una caserma, per fortuna che è un luogo in cui ciascuno può avere una sua identità dentro un’ispirazione unitaria che rispetta su taluni punti una libertà di coscienza».


Di fronte alla catastrofe elettorale sarda, di fronte a un partito in fase di recessione pesante, sembra un inciso da poco, quasi una giustificazione -agli occhi di cronisti e dirigenti politici- all’accusa che gli è stata reiterata più volte: non saper decidere, non saper governare il partito. Non avere determinazione. Essere un ‘buonista’. Mediare all’infinito per non arrivare a nulla.
Ma è davvero così? Quella frase è, in realtà, una sorta di stele di Rosetta: se la si interpreta correttamente, è la chiave di lettura dell’intero progetto del Pd veltroniano.

Ho sempre creduto che l’idea che ha in testa Veltroni quando assume l’incarico di segretario del Pd, nell’ottobre 2007, fosse rivoluzionaria, e potesse rappresentare la vera, definitiva uscita dalla cultura politica del Novecento. Berlusconi irrompe nei primi anni Novanta con il marketing politico: in Italia è una novità, all’estero un déjà vu. Veltroni in questo primo scorcio di millennio tenta la sua mission impossible: europeizzare i democrats americani. Ma non è il cuore obamista a battere nel progetto di Veltroni, poiché la matrice è fortemente europea: il modello è un partito dove ci sia una pluralità di idee, senza teorie onnicomprensive.

Senza gabbie ideologiche

E’ una prospettiva assolutamente nuova che rovescia il vecchio centralismo democratico del Pci ma anche la divisione in correnti strutturate della Dc. Il Pd, nella testa di Veltroni, è racchiuso in quel 'ma anche' che il comico Crozza utilizza come tormentone televisivo. Ma il 'ma anche' non è una battuta, è un modo di leggere il mondo, che non è più -semmai lo sia stato- unidirezionale, monolitico, chiuso; non è più ilmondo Urss-Usa, capitalismo vs comunismo, buoni contro cattivi.
Quel 'ma anche' è a metà strada fra l’utilitarismo e l’anything goes di un filosofo ‘contro il metodo’ come Feyerabend («L'unico principio che non inibisce il progresso è: 'qualsiasi cosa può andar bene’»); un partito, cioè, che non agisca sulla base di gabbie ideologiche, ma trovi, di volta in volta, attraverso una maieutica politica complessa, la soluzione migliore, quella che può avvicinare un po’ di più uomini e donne alla felicità. Tutto il resto ha solo valore strumentale: per Veltroni la politica è desiderabile in quanto può condurre a una ragionevole felicità degli individui.
Un grande filosofo della politica, studioso della nonviolenza, come Giuliano Pontara scrive: «Il dovere morale, del singolo e della comunità, consiste nell’incrementare il piacere e diminuire le sofferenze del mondo». L’ispirazione politica veltroniana non è poi così distante.

Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni, e per descriverla l’ex segretario ha usato una citazione di Charles Dickens da “Una storia tra due città”: «Era il migliore dei tempi e il peggiore dei tempi, era la stagione della saggezza e la stagione della follia, era l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione».
In un mondo così, un mondo dove tutto pare finire e trasformarsi, l’unica verità è di procedere fra confronti, errori, prove. Per riprendere ancora Feyerabend, il significato non sta da nessuna parte, ma emerge con lo svolgersi delle azioni.
In questi mesi di segreteria Veltroni –al di là delle molte beghe che arrivavano dal territorio- lo scontro è stato esattamente questo, fra due impostazioni culturali, fra chi privilegia il modello socialdemocratico e chi si affida alla sfida di una ‘metodologia pluralista’.

Due opposte visioni

La parola può essere anche lasciata a due protagonisti del Partito Democratico: lo scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami, ex ministro alla Cultura del Governo ombra del Pd, e Gianni Cuperlo, l’eterno enfant prodige, l’eterno ‘giovane’ del Pci, del Pds, dei Ds.

Cerami descrive così il PD: «Un partito in cui entrano esperienze, storie, culture diverse. Non è come il partito comunista o come i partiti ferrei di una volta. Questo è un partito nuovo. E la cosa bella è che mette insieme i cattolici, gli ex comunisti, gli ex socialisti, i repubblicani, i liberi pensatori, gli artisti di ogni genere. Non mi sento organico di un partito, anche perché questo è un partito in cui io posso anche dire di non essere d'accordo, non mi succede niente» (“Cerami, uno scrittore per il PD”, Periscopio, 13 marzo 2008).

Quella che sembra solo una provocazione, è all’incirca la piattaforma ideale del partito: «Il PD –spiega lo scrittore in una conversazione telefonica - dovrebbe essere uno spazio dove circolano idee, un luogo senza porte dove tutti possono entrare, dove ci si confronta; se ci sente a proprio agio, si resta, altrimenti si va via e magari si ritorna in seguito per capire meglio. Tutti addossano la crisi del PD al mancato radicamento territoriale, io non sono poi così favorevole al radicamento, anzi. Quello che è successo in Sardegna, dove il governatore si dimette per colpa non del Pdl ma della sua stessa maggioranza; quello che è successo in Abruzzo con amministratori arrestati; quello che è successo in Campania dimostra che perdiamo consenso perché, semmai, c’è fin troppo radicamento».

L’analisi di Gianni Cuperlo è contraria e impietosa, e bene individua come a cadere non sia stato solo il segretario del PD: «Penso che a venir meno in questi giorni –scrive nel suo blog- non è stata soltanto una leadership, con le sue responsabilità e anche i suoi meriti. A venire meno è stato l’impianto politico e culturale che ci ha guidati fino qui».
E prosegue, riportando il testo del suo intervento all’assemblea nazionale dello scorso 21 febbraio: «L’idea – a mio parere, sbagliata – che il nuovo Partito, per nascere, per vivere, per allargare il suo consenso, dovesse accantonare ogni possibile contrasto. Contrasto di valori, di soluzioni, di linguaggio. Il risultato è che abbiamo progettato un’architettura complessa. Ma abbiamo confuso il disegno con la realtà. E soprattutto abbiamo rimosso un aspetto decisivo che riassumo così. Abbiamo allontanato da noi quei temi (la risposta sul “chi siamo” in Europa e nel mondo / la bioetica / le nuove libertà della Persona…) che nello stesso istante garantivano il successo di leadership innovative in altri paesi, anche più importanti del nostro. Insomma abbiamo pensato a un modello di Partito senza tener conto del mondo».

Sono due visioni diverse del PD: quella di Veltroni legge le complessità del mondo, ne avverte l’abbondanza, la ricchezza, la pluralità; l’altra non nega tale complessità ma la risolve attraverso la necessità di una sintesi che distingua bene destra e sinistra.

Binetti, una parlamentare 'simbolo'

C’è un deputato che, suo malgrado, incarna  questo scontro culturale. Ovviamente è Paola Binetti. Lei, per molti elettori e iscritti del PD –basta leggere qualcuna delle e-mail che arrivano in segreteria- col Pd non c’entra nulla. Sono perfino nati dei gruppi su Facebook per chiedere la sua uscita dal partito.
Veltroni, ça va sans dire, non tifa Binetti, ma ritiene che anche la cattolicissima Paola sia una ricchezza, proprio perché la vita è ‘abbondante’, e il miglior progresso è quello che nasce dal confronto delle idee. Il mondo non è comprensibile attraverso una lettura univoca, ma attraverso una responsabilità storica che sia aperta a ogni soluzione.

Lealtà, non omologazione

Il problema, secondo Veltroni, non è chi ha posizioni diverse su un dato argomento; il problema è la lealtà al progetto politico complessivo di chi esprime opinioni differenti. E questo PD difficilmente potrebbe essere giudicato leale al progetto politico o al suo leader.
Le satrapie territoriali così come le correnti interne sono l’esatto contrario del PD veltroniano. In un partito dalle connotazioni ‘liberal’, non ci sono correnti, ma aree di opinione che si formano, si sciolgono, si confrontano. In questo modo Veltroni porta a sintesi un altro tema che gli sta a cuore: la dialettica fra ‘io’ e ‘noi’.

Io e Noi

In una relazione che fa a Palermo a settembre dello scorso anno Veltroni afferma: «Io e noi. È la chiave decisiva per sopravvivere come comunità, perché quando l’io nella storia ha prevalso sul noi le comunità si sono frammentate e dissolte. Penso ovviamente a una relazione corretta tra l’io e il noi, quella relazione che dà il senso della vita. E il senso -fondamentale nell’esistenza di un singolo essere umano- lo si trova solo in relazione agli altri. Mai solamente in sé stessi. O meglio, se si vuole, la forma più sublime e alta di egoismo è quella di cercare di essere felici individualmente, perché si è stati in qualche misura utili agli altri».

In qualche modo è la teorizzazione di un PD dove i singoli protagonismi non sono organizzati in correnti, ma si esprimono attraverso ‘aree mobili di idee’, cominciando dal testamento biologico.
Il metodo politico per Veltroni è nella ricerca stessa del metodo, senza le certezze ideologiche dei partiti del Novecento, inutili non eticamente ma praticamente, inservibili per leggere un Occidente che assomiglia sempre di più per il meticciato, gli scambi, le contraddizioni, il grande mescolio di viaggi razze lingue merci costumi credenze, al periodo finale dell’impero romano.

Forse per Veltroni dovremmo leggere Ammiano Marcellino e Gregorio di Tours più che Carlo Marx.