Non basta leggere, guardare la tv o navigare in un sito internet. La miseria, la fame, la disperazione vanno viste in faccia. Nere come il colore della pelle, rugose come i visi abbruttiti di donne e uomini. Mi sono reso conto davvero di quel che avrebbe atteso l’Europa qualche anno fa, in un viaggio di lavoro in Libia. Da Tripoli fino a Ghat, al confine col Ciad. Ogni tanto, lungo la strada che attraversa il deserto del Sahara, accanto ai villaggi libici, distese umane in attesa della vita: l’Occidente. Trattati spesso con razzismo dai libici, adoperati da Gheddafi come armi improprie per condizionare la politica italiana ed europea, i formicai della fame sono ancora là. Pronti a partire. E la meta siamo noi.
Debbo ammetterlo: non condivido il buonismo di certa sinistra catto-comunista, e credo che l’accoglienza debba essere sempre coniugata con il rispetto delle leggi. Aggiungo anche che l’emigrazione trasforma le nostre città in un modo che spesso mi inquieta, e non c’entra nulla la delinquenza o l’ordine pubblico, c’entra una trasformazione antropologica dell’ambiente urbano che a me non piace. Ma mi chiedo: se io fossi un genitore africano che farei? Che farei sapendo che mio figlio avrà un'aspettativa di vita della metà di un ragazzo nato in Europa? Che farei, sapendo che mio figlio ha una buona probabilità di morire prima dei 5 anni per un morbillo, un banalissimo morbillo che di là dal mare, nell’Europa bianca e ricca, è considerata una malattia assolutamente curabile, fra coccole della mamma e medicine?
Che colpa avrebbe avuto mio figlio, se fosse nato in Ciad anziché in Svezia?Se io fossi stato un genitore africano, avrei tentato di partire, migrante clandestino verso l’Italia, fottendomene dei giudizi di un qualsiasi Giovanni bianco e occidentale cui non piace la trasformazione delle città. Me ne fregherei del mio alter ego bianco, se fossi un africano, perché la prima cosa che vorrei garantire è il futuro di mio figlio.
Migrare non è un piacere. E’ un dolore. “Dove mai andiamo?”, recita Novalis, “sempre a casa” è la risposta. Ma in quella casa non c’è futuro, non c’è speranza, non c’è vita. Allora si parte, si lascia, si abbandona. Ma si vorrebbe tornare, sempre.
Il governo Berlusconi, col supporto del ghigno feroce della Lega, ha promesso (ma i verbi con Berlusconi, bisognerebbe coniugarli al gerundio, questo modo verbale non finito esprime bene l’azione politica del Cavaliere, egli sta promettendo sempre: in un tempo interminabile, senza fine, e quindi con promesse che non saranno mai mantenute) di ripulire l’Italia dai clandestini. L’operazione è pura propaganda di parole: vorrebbero fermare la miseria con le truppe corazzate, la fame con i radar, le malattie con i guardiacoste. Ma proviamo a leggere meglio quel che il governo sta facendo, perché due fatti ci spiegano bene il disegno berlusconiano. Caterina Pes è un’insegnante di filosofia del liceo di Oristano, ed è parlamentare del Pd. Nei giorni scorsi Caterina ha denunciato su Il Fatto Quotidiano la distruzione delle coste sarde sulle quali saranno installati quindici (15!) radar Elm-2226 in funzione anti-migranti, con l’Unione Europea che, per questa folle operazione, è pronta a dare all’Italia più di 220 milioni di euro. Pochi minuti fa, un altro deputato Pd, Lapo Pistelli, ha emesso un comunicato stampa in cui si denuncia il pesante taglio il governo vuole eliminare il suo impegno nella cooperazione internazionale. Anzi, ha già iniziato a farlo. Il nostro ministero degli Esteri, infatti, ha bloccato i contributi a progetti già in corso, quindi approvati, rendicontati e messi a bilancio dalle Ong che, in pratica, avevano anticipato questi soldi in attesa di riaverli dal governo. Sconcertante, soprattutto se si pensa che il risparmio è di circa venti milioni di euro. In questo modo il governo Berlusconi “blocca interventi di cooperazione internazionale magari anche molto attesi dalle comunità dei Paesi più poveri del mondo”.
Cerchiamo di riassumere: da una parte il governo militarizza - con uno spreco enorme di denaro e enorme rischi per la salute degli abitanti- le coste italiane per evitare che dall’Africa partano barconi di disperati che cercano di sfuggire alla miseria, dall’altra fa di tutto affinché quella miseria cresca, bloccando la cooperazione italiana nei paesi più poveri. Mao Tze Tung non è certo un leader da citare, ma il vecchio detto che gli è attribuito dovrebbero stamparlo all’ingresso della Farnesina: se a un uomo affamato gli dai un pesce lo sfami per un giorno, se gli insegni a pescare lo sfami per tutta la vita. Esattamente quel che Berlusconi, Tremonti, Frattini, La Russa non faranno mai: si governa meglio con la paura, e prima o poi i nemici arriveranno, vero tenente Drogo?