Da "Il Corriere della Sera" di giovedì 9 febbraio 2012
La mobilità sociale
IL PAESE DEL POSTO EREDITATO LA DIFFICOLTÀ DI FARCELA DA SOLI
Vaccaro (Censis): c`è un blocco per passare di livello
Siamo parte di una generazione che vuole stare vicino a mamma e papà. E non si sfugge. Se sei un under 40 sei uno «sfigato» per essere rimasto parcheggiato troppo a lungo all`università. Se sei un under 30, peggio, sei- un bamboccione, ancora appeso alla paghetta.
Vogliamo tutti il posto fisso. La difesa dell`articolo 18. E li vogliamo anche sotto casa. Università e ufficio dietro l`angolo, con cordone ombelicale incluso. Riconosciamolo: l`immagine che ci descrive come un esercito di Tanguy, figli di genitori del boom economico - con il rischio concreto di diventare ora la generazione dello sboom - è umiliante.
Siamo gli sconfitti, schiaffeggiati pubblicamente dalla nostra classe politica. Ma qualcuno è andato a vedere se c`è una ragione sociologica, fors`anche economica?
Il convitato di pietra di tutte le discussioni sull`articolo 18 c`è ed è la mobilità sociale. Quella che non c`è. Il lavoro in Italia è un «affare di famiglia». E quasi mai è un buon affare visto che la società è piramidale. Chi sta sopra tende a rimanere sopra, chi sta sotto ha un solo vantaggio, per dire così: che più in basso non si può andare. Il 44,8% dei figli di operai «ristagna». 11 22,5 dei figli di piccoli borghesi «scivola». 11 22,7% dell`alta borghesia lo ha ereditato dalla famiglia, come fossimo ancora nel Medio Evo.
Altro che Steve Jobs o Mark Zuckerberg, nuovi eroi del sogno
americano dove tutti ce la possono fare a scalare la società
anche partendo da un garage o dal dormitorio di Harvard. Qui
bisogna più che altro difendersi. I dati
sull`ascensore tra una classe e un`altra, supposto che ancora
si possa fare questa distinzione, non sono molti. La
scalabilità sociale è complessa da analizzare. Tutti abbiamo
l`idea di un passaggio difficile basato sulle nostre
esperienze e le storie di parenti e amici che,
inevitabilmente, tendono a provenire dalla stessa
stratificazione.E poi c`è l`evidenza mediatica. Imprenditori
che hanno il cognome di imprenditori. Politici che hanno il
cognome dei politici. Giornalisti che han- no il cognome dei
giornalisti. E, ça va sans dire, professori che hanno il
cognome di professori. E se fosse tutto frutto di una
percezione sbagliata? Purtroppo no. Il Censis nel 2006, ha
fotografato il fenomeno partendo dai dati Istat «Uso del
tempo, 2002-2003», sull`istruzione e la professione dei padri
e dei figli. La sociologa Ketty Vaccaro, responsabile del
settore welfare del Censis, ne va fiera, anche perché è stato
un lavoraccio. «Rispetto alla generazione del boom economico
oggi c`è un blocco nel passaggio da un livello all`altro. Un
po` perché il titolo di
studio è diventato una commodity laddove per i nostri
genitori è stata condizione necessaria, ma spesso anche solo
sufficiente, per il salto. Un po` anche perché siamo
diventati tutti ceto medio con una borghesia a due velocità.
L`ascesa, là dove c`è, riguarda soprattutto i liberi
professionisti con il passaggio dello studio dei genitori e
l`imprenditoria per la trasmissione tra padre e figli anche
di un patrimonio familiare, come appunto l`azienda, i
macchinari». In altri termini, il 44% degli
architetti ha un figlio architetto, come ricorda, citando
un`indagine Alma Laurea del 2008, Maria De Paola su
lavoce.info. E continuando: il 42% dei padri laureati
in giurisprudenza ha un figlio con medesima laurea. I
farmacisti? 41%. Gli ingegneri e i medici? 39%. I figli sono
avatar professionali dei genitori. L`Ocse
analizza la mobilità sociale partendo da un altro parametro:
il livello di stipendio dei figli in relazione a quello dei
padri. Ma anche così il risultato non cambia. Nell`ultimo
studio pubblicato nel 2010 «A family affair:
Intergenerational social mobility across Oecd countries»
risultiamo tra i peggiori
in Europa. Sotto c`è solo la Gran Bretagna dove in
effetti torna quella spiacevole percezione di non potercela
fare se si nasce in un ceto senza l`accento giusto. Siamo
ancora una società di relazione. «Sfatiamo un mito: non siamo
l`uni- co Paese in cui si utilizza un network protettivo per
i figli. I club delle persone checontano ci sono in tutte le
economie occidentali» ragiona Vaccaro. «Il punto è che qui la
rete familiare e professionale è uno degli strumenti
principali di inclusione». Si procede per cooptazione,
telefonate, amicizie. La famiglia è
ancora il miglior ufficio di collocamento. I curricula sono
carta straccia (chi li guarda? Altro che Linkedln...).
«Anche il concorso in Italia non dico che sia pilotato, ma
guidato sì» conclude impietosamente Vaccari. Resta solo una
speranza: che dai quei dati, negli ultimi dieci anni possa
essere cambiato qualcosa. E qualcosa è cambiato, ma in
negativo. Il consensus è per il segno meno. «Non ci sono dati
ma la mia
presunzione è che sia ancora più grave oggi che in passato»
sintetizza Andrea Ichino dell`Università di Bologna
che con Daniele Checchi ha pubblicato nel `99 uno studio
sulla mobilità sociale in Italia e negli Usa. «Però dobbiamo
guardare a questi problemi nel loro insieme. Bisognerebbe
iniziare a togliere a me, professore universitario, la
sicurezza del mio posto che è difeso anche se non pubblico o
non faccio nulla. Tra articolo 18
e immobilità sociale c`è un trade-off. Dobbiamo
iniziare a ragionare sul fatto che meno garanzie
potrebbero coincidere con più mobilità. Altrimenti i
figli rimangono vicini alla famiglia perché la famiglia è il
canale per trovare lavoro» spiega Ichino. Insomma, discutere
della sospensione delle garanzie solo per i nuovi contratti
sarebbe un boomerang che leva il cibo agli affamati e lo
lascia a chi ha la pancia piena o mezza piena. Il lavoro
cambierà pure. Ma la possibilità di farcela, eccezioni a
parte, non fa parte della nostra genetica collettiva. Dov`è
lo svincolo per la meritocrazia?
Massimo Sideri Twitter: @massimosideri
La mobilità sociale
IL PAESE DEL POSTO EREDITATO LA DIFFICOLTÀ DI FARCELA DA SOLI
Vaccaro (Censis): c`è un blocco per passare di livello
Siamo parte di una generazione che vuole stare vicino a mamma e papà. E non si sfugge. Se sei un under 40 sei uno «sfigato» per essere rimasto parcheggiato troppo a lungo all`università. Se sei un under 30, peggio, sei- un bamboccione, ancora appeso alla paghetta.
Vogliamo tutti il posto fisso. La difesa dell`articolo 18. E li vogliamo anche sotto casa. Università e ufficio dietro l`angolo, con cordone ombelicale incluso. Riconosciamolo: l`immagine che ci descrive come un esercito di Tanguy, figli di genitori del boom economico - con il rischio concreto di diventare ora la generazione dello sboom - è umiliante.
Siamo gli sconfitti, schiaffeggiati pubblicamente dalla nostra classe politica. Ma qualcuno è andato a vedere se c`è una ragione sociologica, fors`anche economica?
Il convitato di pietra di tutte le discussioni sull`articolo 18 c`è ed è la mobilità sociale. Quella che non c`è. Il lavoro in Italia è un «affare di famiglia». E quasi mai è un buon affare visto che la società è piramidale. Chi sta sopra tende a rimanere sopra, chi sta sotto ha un solo vantaggio, per dire così: che più in basso non si può andare. Il 44,8% dei figli di operai «ristagna». 11 22,5 dei figli di piccoli borghesi «scivola». 11 22,7% dell`alta borghesia lo ha ereditato dalla famiglia, come fossimo ancora nel Medio Evo.
Altro che Steve Jobs o Mark Zuckerberg, nuovi eroi del sogno
americano dove tutti ce la possono fare a scalare la società
anche partendo da un garage o dal dormitorio di Harvard. Qui
bisogna più che altro difendersi. I dati
sull`ascensore tra una classe e un`altra, supposto che ancora
si possa fare questa distinzione, non sono molti. La
scalabilità sociale è complessa da analizzare. Tutti abbiamo
l`idea di un passaggio difficile basato sulle nostre
esperienze e le storie di parenti e amici che,
inevitabilmente, tendono a provenire dalla stessa
stratificazione.E poi c`è l`evidenza mediatica. Imprenditori
che hanno il cognome di imprenditori. Politici che hanno il
cognome dei politici. Giornalisti che han- no il cognome dei
giornalisti. E, ça va sans dire, professori che hanno il
cognome di professori. E se fosse tutto frutto di una
percezione sbagliata? Purtroppo no. Il Censis nel 2006, ha
fotografato il fenomeno partendo dai dati Istat «Uso del
tempo, 2002-2003», sull`istruzione e la professione dei padri
e dei figli. La sociologa Ketty Vaccaro, responsabile del
settore welfare del Censis, ne va fiera, anche perché è stato
un lavoraccio. «Rispetto alla generazione del boom economico
oggi c`è un blocco nel passaggio da un livello all`altro. Un
po` perché il titolo di
studio è diventato una commodity laddove per i nostri
genitori è stata condizione necessaria, ma spesso anche solo
sufficiente, per il salto. Un po` anche perché siamo
diventati tutti ceto medio con una borghesia a due velocità.
L`ascesa, là dove c`è, riguarda soprattutto i liberi
professionisti con il passaggio dello studio dei genitori e
l`imprenditoria per la trasmissione tra padre e figli anche
di un patrimonio familiare, come appunto l`azienda, i
macchinari». In altri termini, il 44% degli
architetti ha un figlio architetto, come ricorda, citando
un`indagine Alma Laurea del 2008, Maria De Paola su
lavoce.info. E continuando: il 42% dei padri laureati
in giurisprudenza ha un figlio con medesima laurea. I
farmacisti? 41%. Gli ingegneri e i medici? 39%. I figli sono
avatar professionali dei genitori. L`Ocse
analizza la mobilità sociale partendo da un altro parametro:
il livello di stipendio dei figli in relazione a quello dei
padri. Ma anche così il risultato non cambia. Nell`ultimo
studio pubblicato nel 2010 «A family affair:
Intergenerational social mobility across Oecd countries»
risultiamo tra i peggiori
in Europa. Sotto c`è solo la Gran Bretagna dove in
effetti torna quella spiacevole percezione di non potercela
fare se si nasce in un ceto senza l`accento giusto. Siamo
ancora una società di relazione. «Sfatiamo un mito: non siamo
l`uni- co Paese in cui si utilizza un network protettivo per
i figli. I club delle persone checontano ci sono in tutte le
economie occidentali» ragiona Vaccaro. «Il punto è che qui la
rete familiare e professionale è uno degli strumenti
principali di inclusione». Si procede per cooptazione,
telefonate, amicizie. La famiglia è
ancora il miglior ufficio di collocamento. I curricula sono
carta straccia (chi li guarda? Altro che Linkedln...).
«Anche il concorso in Italia non dico che sia pilotato, ma
guidato sì» conclude impietosamente Vaccari. Resta solo una
speranza: che dai quei dati, negli ultimi dieci anni possa
essere cambiato qualcosa. E qualcosa è cambiato, ma in
negativo. Il consensus è per il segno meno. «Non ci sono dati
ma la mia
presunzione è che sia ancora più grave oggi che in passato»
sintetizza Andrea Ichino dell`Università di Bologna
che con Daniele Checchi ha pubblicato nel `99 uno studio
sulla mobilità sociale in Italia e negli Usa. «Però dobbiamo
guardare a questi problemi nel loro insieme. Bisognerebbe
iniziare a togliere a me, professore universitario, la
sicurezza del mio posto che è difeso anche se non pubblico o
non faccio nulla. Tra articolo 18
e immobilità sociale c`è un trade-off. Dobbiamo
iniziare a ragionare sul fatto che meno garanzie
potrebbero coincidere con più mobilità. Altrimenti i
figli rimangono vicini alla famiglia perché la famiglia è il
canale per trovare lavoro» spiega Ichino. Insomma, discutere
della sospensione delle garanzie solo per i nuovi contratti
sarebbe un boomerang che leva il cibo agli affamati e lo
lascia a chi ha la pancia piena o mezza piena. Il lavoro
cambierà pure. Ma la possibilità di farcela, eccezioni a
parte, non fa parte della nostra genetica collettiva. Dov`è
lo svincolo per la meritocrazia?
Massimo Sideri Twitter: @massimosideri