Certo, parlare bene dei 'politici' oggi non cosa semplice. Belsito e lo scandalo Lega, i milioni di Lusi, il finanziamento pubblico... E non lo è neanche oggi, a un paio di giorni dal deposito, in Commissione Affari istituzionali, della legge che dimezza i rimborsi elettorali ai partiti. Legge che non ha avuto grande eco sui giornali, segno che gli organi i informazione italiani -tutti,anche quelli online che si definiscono 'liberi' e slegati ai grandi gruppi- sono legati a qualche interesse particolare più che a raccontare come sono andate davvero le cose.
Ancora una volta, insomma, i politici sono messi alla gogna e i rimborsi elettorali sono considerati alla stregua di un vero e proprio furto legalizzato. Grillo ci ha costruito la sua fortuna elettorale, insultando e detestando la cosiddetta 'casta'. Ma è proprio così?
Il risultato è stato il dimezzamento dei rimborsi elettorali, e questo è il furto di democrazia, perché il populismo facile di Grillo e della stampa italiana non ha mai inteso scalfire i veri privilegi di certi personaggi e di alcune classi sociali, ma solo portare al tracollo l'attività politica che certo non ha dentro nessun privilegio. Se non siamo sprovveduti o parenti e amici di Grillo, dovremmo molto preoccuparci del taglio dei rimborsi elettorali, perché tagliare la politica significa tagliare un settore essenziale di uno Stato, esattamente come i servizi pubblici o l'istruzione. A ben guardare, tagliare i costi della politica significa tagliare la democrazia e la nostra libertà.
Prima di storcere il naso e di abbandonare la lettura di questo post, direi di ricominciare daccapo. Partiamo dagli attacchi pesanti che giornali e tv da alcune settimane stanno portando ai partiti e ai politici: tutti ladri, tutti rubano, e dunque aboliamo subito i rimborsi elettorali per i partiti.
Un refrain che il web riprende, amplifica, diffonde in modo virale come se fosse una perfetta campagna di marketing. Apriamo un qualsiasi social, un sito, un blog, e le frasi più gentili sono: vi impiccheremo, vi spazzeremo via, quando sparirete farò un triplo salto mortale ecc. Grillo chiede addirittura una nuova Norimberga, come sei politici fossero equiparabili ai criminali nazisti processati dopo la seconda guerra mondiale.
Ma è davvero così? O ci sono alcune cose –diciamo molte, moltissime cose- che i giornali non dicono, le tv non mostrano e il web non scrive (e naturalmente Grillo non dice)?
Certo, è facile in un momento di crisi come questo cercare un capro espiatorio, e ancora più facile se il 'nemico' con cui prendersela te lo servono su un piatto d'argento giornali e tv: la politica. Chi nel giro di ventiquattr'ore ha perso lavoro e pensione, chi il lavoro non lo trova, chi si è trovato a fallire a causa dei pignoramenti di Equitalia, chi sopravvive con 1000 euro al mese e legge di stipendi di milionari, chi non ce la fa neanche a comprare un libro o un giocattolo per i propri figli, di fronte alla vergogna di stipendi altissimi, di privilegi e di benefit, di auto blu e di scarso impegno, non può che avere una reazione violentemente indignata. In Francia nel 1789 non si fece differenza fra nobili bravi e meno bravi, buoni o cattivi: miglliaia e migliaia di teste finire mozzate dentro una cesta.
I colpevoli di tutto sono i politici? Tutti i privilegi sono in mano a loro? E sono i partiti che fanno fallire l'Italia? Prima di rispondere, proviamo a dare risposta ad altre domande. Queste:
Prima domanda. Dove andranno a finire i soldi che saranno risparmiati dimezzando i rimborsi elettorali? E' vero o no che i grandi editori, di fronte alla crisi ineluttabile delle vendite dei giornali cartacei, stiano preparando un piano di prepensionamento per centinaia di redattori, e quindi le risorse risparmiate andranno a finire per pagare le pensioni dei giornalisti, il cui costo l'Inpgi da solo non riuscirebbe a sostenere?
Seconda domanda. Perché nessuno spiega che il Corriere della Sera e tutti gli altri quotidiani italiani, si reggono anche col finanziamento pubblico? cioè con i soldi che vengono presi dalle tasche degli italiani e riposti nelle casse già miliardarie degli editori?
Terza domanda. Perché, a parte un bel servizio pubblicato da Libero e qualche articolo del Giornale, nessuno denuncia la vera vergogna italiana, e cioè gli stipendi manager di aziende a partecipazione pubblica o di alti dirigenti statali? Non è una vergogna che 50 persone, cinquanta privati, si intaschino una cifra che corrisponde alla somma di tutti i rimborsi elettorali pubblici dei partiti? Non è incredibile che il presidente di Equitalia Befera guadagni più di Obama?
Quando, con onestà, avremo risposto alle domande, allora sarà tempo di riflettere su un paio di considerazioni sull'uso che finora si è fatto dei rimborsi elettorali.
Primo, il finanziamento pubblico ai partiti è garanzia di democrazia. No, non sto celiando o provocando: i partiti sono espressione del voto popolare e per fare attività politica debbono ricevere un sostegno economico dallo Stato. Bisogna avere il coraggio di dire che le leggi sui rimborsi elettorali, pur imperfette e migliorabili, hanno cercato di garantire la pluralità delle espressioni politiche, perché qui c’è poco da discutere: possiamo decidere che i partiti non ricevano più un soldo dallo Stato, e va benissimo, ma si dica chiaramente che senza i rimborsi elettorali e senza un qualunque sostegno pubblico, i partiti ovviamente chiuderanno, e con loro chiuderà quella forma di governo che si chiama democrazia parlamentare.
Alla maggioranza degli italiani sta bene questa soluzione? Se sì, dovremmo essere pronti ad accettare il governo delle lobbies e delle banche, e la politica fatta esclusivamente da milionari in grado di pagarsi il salatissimo conto non solo delle spese elettorali, ma di una costante attività politica che costa, e costa tanto. Avremo un parlamento con poche classi sociali, i rappresentanti degli italiani saranno ricchi professionisti, presidenti e dirigenti di grandi gruppi editoriali, magnati dell’economia; altro che giovani in grado di cambiare il Paese!
Quindi, il prossimo presidente del Consiglio sceglietelo, magari tirando a sorte, fra Berlusconi, e Montezemolo e Grillo. E che nessuno, poi, si venga a lamentare!
Secondo, eliminare il finanziamento pubblico non significa eliminare i privilegi. Anzi, tutt'altro, significa eliminare le migliaia di sedi di partito diffuse in tutta Italia, significa togliere migliaia di posti di lavoro a chi è impiegato nei partiti (e non si capisce perché l'operaio Fiat è un lavoratore, e l'impiegato di un partito no...). Se davvero volessimo eliminare i privilegi dei politici, magari ragioneremmo a fondo sul numero delle auto blu, magari legheremmo ancora di più i compensi all'effettiva presenza in aula e al lavoro svolto, magari imporremmo di far entrare in vigore da ora il contratto unico per gli assistenti parlamentari, ma nessuno discute di questo, perché quel che importa è uccidere la democrazia.
Terzo, è giusto che i rimborsi elettorali coprano i costi dell'attività dei partiti. Il problema non è soltanto che un partito riceve quattro euro contro un euro effettivamente speso; perché un partito non è un comitato elettorale che apre a maggio e chiude a giugno; il rimborso è più ampio perché i partiti svolgono attività politica e elettorale tutto l’anno, o almeno dovrebbero farlo. Allora la questione è come li spendi, come li certifichi, come rendi trasparenti quei soldi.
Quarto, servono risparmio, trasparenza e certificabilità. Il Partito Democratico ha un bilancio chiaro, trasparente e certificato sin dal 2008 da una agenzia di certificazione esterna. Lo spiega bene il tesoriere del Pd Antonio Misiani. Nessun altro partito si comporta allo stesso modo e mai nel Pd sarebbero potuti accadere episodi come quelli che hanno visto protagonisti gli ex tesorieri di Lega e Margherita.
Se di fronte alla crisi, un ridimensionamento dei rimborsi elettorali è sacrosanto, arrivare al dimezzamento non significa correre il rischio di cambiare il volto della democrazia italiana? Basterebbe rendere i controlli effettivi e ficcanti, basterebbe togliere i rimborsi a chi sgarra, basterebbe spiegare pubblicamente dove vada a finire ogni euro speso, basterebbe tutto questo per evitare i soliti sperperi all'italiana.
Ogni attività politica produce non solo risultati sul piano istituzionale, di proposta legislativa, ma produce anche lavoro e reddito: la società di comunicazione che realizza la campagna promo, gli operai che montano il palco, la tipografia che stampa i manifesti, la giovane agenzia che realizza il sito web, gli hotel che ospitano conferenze e assemblee, eccetera; se tutte queste spese fossero chiare e pubbliche, se i cittadini avessero davvero la possibilità di sapere dove e perché e come sono investiti i rimborsi elettorali, se potessero conoscere pubblicamente come siano spesi dal primo all'ultimo centesimo quei soldi, forse avremmo una politica migliore. I cittadini, finalmente, saprebbero chi investe in democrazia e in grandi progetti per il nostro Paese, e chi in lauree comprate a Tirana. E deciderebbero di conseguenza chi votare.