martedì 19 giugno 2012

Quel che resta del merito

Immagina, ho risposto a mio figlio Federico -che ha 13 anni e in questi giorni sta affrontando la sua “prova del merito”: l'esame di terza media- di essere nato alcuni secoli fa. Sei figlio di un servo della gleba, e tuo padre è figlio di un servo della gleba; per te non esisterà capacità o merito, il tuo destino sarà legato alla tua originaria condizione familiare. Senza il merito, insomma, saremmo ancora al feudalesimo. E visto che hai studiato “Cittadinanza”, aggiungo che il merito e la solidarietà sono le colonne di una democrazia che tratti i cittadini come tali, e non come sudditi.
Ma questo che c'entra con i bambini bocciati in prima elementare? mi chiede ancora Federico.


C'entra, c'entra. I cinque bambini di Pontremoli (di cui tre stranieri e uno disabile), i tre bambini di Landriano, il bimbo di Mapello c'entrano con i servi della gleba e con il 'decreto sul merito' che il ministro Profumo ha in incubazione da alcune settimane.
Ora ci diranno che i bambini bocciati in prima elementare non erano adeguati, erano immaturi,  non sapevano scrivere sotto dettatura, avevano difficoltà di lettura,  avevano scarsa coordinazione, avevano  deficit d'attenzione eccetera eccetera. Marc Prensky, il grande esperto di “nativi digitali”, riporta una frase che dice di aver letto su una t-shirt di un giovane newyorchese: “It's not Attention Deficit - I 'm just not listening”, non è Deficit di attenzione, semplicemente non ti sto ascoltando”. Quanto poco adeguati erano gli alunni e quanto poco lo erano i maestri?

Ho conosciuto una pedagogista torinese che, spinta dalla situazione familiare (tre figli dislessici), ha messo a punto dei programmi digitali: “In questo modo -mi ha spiegato- non c'è bisogno di nessun psicologo”. E' come una barriera architettonica: la barriera c'è, se c'è lo scalino, ma c'è uno scivolo la barriera (l'ostacolo, la difficoltà) scompare, o è significativamente ridotta. Si chiama didattica inclusiva, e non è contro il merito, tutt'altro.

Un apprendimento cooperativo che valorizzi non le “gabbie” cognitive, dentro cui certa didattica ancora è ferma, ma la flessibilità cognitiva che dia a ciascun alunno 'merito' e 'motivazioni all'apprendimento'. In un ambiente frammentato, complesso, non statico, con livelli di obsolescenza altissimi, con strutture irregolari di saperi, con un meticciato culturale che permea la quotidianità, anche le regole più rigide, anche le teorie più lineari non reggono quando si scontrano con la realtà caotica e disordinata del mondo, e l'applicazione pedissequa del 'metodo' non funziona più. La grande lezione di Feyerabend è attuale più che mai.

La visione profondamente ideologica che unisce maestre e dirigenti scolastici che bocciano in prima e il ministro Profumo, è che occorre premiare chi si “adegua”. Il concetto di “errore” è legato a un esercizio millenario del potere sui più deboli, dove il discente è gerarchicamente sottomesso, anche attraverso una organizzazione simbolica degli spazi (le aule chiuse, la cattedra). In questo darwinismo d'accatto, l'essere umano dimostra il peggio di sé, sottomettendo il dato culturale al dato biologico. Insomma, siamo ancora scimmie ma con un po' di cattiveria e frustrazione in più.

Non sarà una panacea, ma la rivoluzione digitale delle Tecnologie dell'informazione e della comunicazione può darci una democrazia migliore, proprio a partire dalla scuola. Perché è nello stesso modo di apprendere dei bambini e dei ragazzi dell'era digitale che risiede la miccia che darà fuoco alle polveri.
Se pensiamo che sia sufficiente aggiungere una Lim in classe o un netbook nello zaino, significa che stiamo equiparando un netbook a una macchina da scrivere. Non è così. Non è semplicemente l’uso di uno strumento. Non è un utensile. Qui non siamo di fronte ai fiammiferi che tiriamo fuori dalle tasche per accenderci una sigaretta. Qui siamo di fronte all’uomo che scopre il fuoco.

Le Ict non sono semplici strumenti, ma producono modelli culturali. Lo abbiamo ascoltato anche in alcune relazioni durante la Conferenza nazionale per la scuola dei nativi digitali che il Pd ha organizzato a Roma a fine maggio. Una delle più lucide, è stata la lectio magistralis di Francesco Antinucci, il quale ha spiegato come cambia la pratica della trasmissione della conoscenza. Le mie conoscenze e le mie abilità non si accumulano in forza della lettura di manuali, ma in forza del meccanismo prova/errore/prova/risultato positivo; il bambino 'nativo digitale' non è un soggetto passivo di una trasmissione unidirezionale del sapere (come accade stando seduto nel banco per 5 ore ad ascoltare), ma produce attività, contenuti, informazioni, e produce e riceve conoscenza on-line e just in time. Insomma, una sorta di “ritorno al futuro”, dove la conoscenza esperienziale si arricchisce e si potenzia enormemente con le tecnologie digitali.

Tutto questo è rivoluzionario, perché mette in crisi quel modello di società che oggi vorrebbe farci credere che i bambini bocciati in prima elementare non 'meritavano' di frequentare la seconda, mentre gli alunni 'migliori' meritano di essere premiati dal ministro Profumo. Naturalmente non è vero: la bocciatura dei bambini e il decreto del ministro non hanno nulla a che vedere col merito. Hanno, invece, molto a che vedere con le famiglie dei bambini, con il livello di istruzione dei genitori, con il loro reddito, con la quantità di libri e di tecnologie digitali presenti in casa, con le classi ingestibili da 25-30 alunni, con la 'cura' che i maestri e le maestre hanno davvero posto nell'educare e nel formare i bambini.

C'è un libro da cui è stato tratto un noto film , “Il matematico indiano”, dove il protagonista, il matematico G.H. Hardy, riflette sul valore del premi: “Perché tanta avversione per i premi? Penso che fosse perché sapevo, anche mentre eccellevo sul suo prato, che il campo da gioco era truccato. Era truccato per premiare i ricchi, i ben nutriti, e i ben curati. E, come i miei genitori non si stancavano mai di ricordarmi, io non ero tra questi. Ero già fortunato a essere lì. Il talento non assisteva il figlio del minatore del Galles: lui avrebbe passato la sua vita in miniera, anche se avesse avuto la dimostrazione dell’ipotesi di Riemann stampata nella mente. I miei genitori mi dicevano sempre di pregare per la mia fortuna e per la loro”.

Il merito si sposa con l'equità, non possono fare a meno l'uno dell'altra. Prima di arrivare a premiare il merito, occorre annullare i divari, far sì che tutti, davvero tutti, siano al nastro di partenza sulla stessa linea, altrimenti il rischio è che si dia la medaglia non allo studente più meritevole, ma a quello più ricco.  E che merito c'è nel nascere in una famiglia benestante, con genitori laureati, con un reddito alto, magari in una zona d'Italia ricca di servizi? Che merito c'è nascere figli di notai nel centro di Milano o figli di nullatenenti in una delle qualsiasi periferie del mondo e costretti a migrare per sopravvivere?

Francesca Puglisi, responsabile Scuola del Partito Democratico, ha più volte sottolineato come l'Italia sia il paese dei divari e delle disparità. Ci sono divari territoriali: nord e sud, ma non solo, anche periferie e centro. Ci sono divari sociali, perché il nostro è il paese europeo, insieme al Regno Unito, dove maggiormente le condizioni familiari determinano la scelta degli studi, o l'abbandono di essi. I figli di genitori laureati si concentrano nei licei, abbandonano meno la scuola, mentre chi ha un retroterra economico, sociale e culturale svantaggiato viene 'selezionato' in partenza verso i professionali, spesso scuole ad alto tasso di dispersione. Ci sono divari interetnici, che penalizzano chi non è italofono, i figli degli stranieri che sono il futuro della nostra Italia.

Nella bozza ministeriale delle nuove “Indicazioni nazionali per la scuola dell'infanzia e del primo ciclo di istruzione”, fra gli Obiettivi generali del processo formativo, è elencato anche “Imparare a imparare”. Si legge: “Il fatto di imparare a imparare fa sì che i discenti prendano le mosse da quanto hanno appreso in precedenza e dalle loro esperienze di vita per usare e applicare conoscenze e abilità in tutta una serie di contesti: a casa, sul lavoro, nell'istruzione e nella formazione. La motivazione e la fiducia sono elementi essenziali perché una persona possa acquisire tale competenza.” Ecco, 'motivazione' e 'fiducia'. Altro che bocciare o premiare i “figli di”.