Dell’immagine occorre sempre diffidare (o abbandonarsi a essa, coscienti della necessaria finzione). Non c’è un giudizio definitivo nell’immagine -se non quello della fine del tempo- e non c’è nessuna innocente oggettività. Un brano di Notturno Indiano di Antonio Tabucchi che rende bene l’idea di come l’immagine interrompa, e quindi falsifichi, il reale attraverso la selezione di un frammento. L’incontro fra Roux e Christine ci spiega cosa siano i pezzi scelti.
Siamo in India, a Goa, nella magnificenza dell’Hotel Oberoi. Christine sta parlando di un suo lavoro, un libro di fotografie: “La prima foto riproduceva un giovane negro, solo il busto; una canottiera con una scritta pubblicitaria, un corpo atletico, sul viso l’espressione di un grande sforzo, le mani alzate come in segno di vittoria: sta evidentemente tagliando il traguardo, per esempio i cento metri”.
“Ebbene? chiese Roux, dov’è il mistero?”.
“La seconda fotografia –disse lei- Era la fotografia per intero. Sulla sinistra c’è un poliziotto vestito da marziano, ha un casco di plexiglas sul viso, stivaletti alti, un moschetto imbracciato, gli occhi feroci sotto la sua visiera feroce. Sta sparando al negro. E il negro sta scappando a braccia alzate, ma è già morto: un secondo dopo che io facessi clic era già morto. Il mio libro si chiamava Sudafrica e aveva un’unica didascalia sotto la prima fotografia che le ho descritto, l’ingrandimento. La didascalia diceva: Méfiez-vous de morceaux choisis”.
