lunedì 18 luglio 2011

Ma il Paese non è meglio del Parlamento

Il cortocircuito politica-cittadini c'è già, e quel che sta accadendo in queste ore -tutti a correre ai ripari, a dire tagliamo di qua, tagliamo di là, e la bozza di legge Calderoli, e l'appello di Fini, e le proposte di tutti i partiti- mi sembra la promessa di Luigi XVI di convocare entro cinque anni gli Stati Generali: si era nella Francia del 1783. Anche chi non è appassionato di storia, può consultare Wikipedia dove troverà un dato interessante.


Nel 1781 -otto anni prima della presa della Bastiglia- Necker, che cercò, inutilmente, di sanare i conti dello stato, rese pubblico il bilancio: a fronte di 503 milioni di livre di entrate c'erano 629 milioni di spese e il debito pubblico ammontava a 318 milioni, quindi circa metà delle spese. Ieri come oggi quel che scandalizzò l'opinione pubblica fu il 'costo della politica' che allora si traduceva in costo della corte di Luigi XVI e Maria Antonietta: 38 milioni tra feste e pensioni (gli odierni vitalizi) per i cortigiani. Come andò a finire lo sappiamo. Eppure, oggi come allora, qualcosa non mi torna.

Non voglio davvero giustificare il Palazzo, ma quando leggo o ascolto -e mi capita sempre più sovente- espressioni del tipo: "Questo Parlamento non rappresenta più il Paese", mi capita di pensare esattamente il contrario: questo parlamento è l'esatto specchio del paese. Berlusconi -e lo scrivo da attento osservatore di questo straordinario uomo politico italiano- è in calo di consensi non per le sue frequentazioni, non per i festini, non per le continue gaffes, ma perché sta affamando -letteralmente- l'Italia. E' passato indenne in ogni situazione: le toccate di culo, i reportage fotografici dei nudi illustri a Villa Certosa, Noemi la minorenne napoletana, Ruby 'rubacuore' promossa maggiorenne e perfino 'nipote di Moubarak', le ragazze dell'Olgiatina... A parte l'indignazione di una minoranza di italiani, tutti gli altri hanno pensato: beato lui. Potendo, ognuno si sarebbe portato in casa la nipote di Moubarak.

Diciamoci la verità, il senso civico, un'etica civile o una religio civilis in Italia non sono mai esistiti. Andiamo a rileggere Leopardi e il suo “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani”? In Italia non si discute, si denigra l'avversario; non c'è una solida convivenza civile ma solo un forzoso stare insieme; e la 'mancanza di società' è da ricercare nel fatto che “ciascuno italiano fa... maniera da sé”. Eravamo nel 1824 e dopo duecento anni circa potremmo riscrivere parola per parola quel Discorso, senza tema di sbagliare.