(da QN- Il Giorno- Il Resto del Carlino- La Nazione del 16 ottobre 2011)
di Andrea Cangini
IL VICESEGRETARIO del Pd, Enrico Letta, aderisce al Verbo di Mario Draghi mentre il responsabile economico dello stesso partito, Stefano Fassina, lo avversa. A Roma sflilano gli ‘indignati’. Con loro c’è, in rappresentanza dei precari, il segretario dei giovani democratici, Fausto Raciti. Ma le bandiere di partito son quelle di Rifondazione.
Senatore Follini, dov’è la coerenza?
«Me lo chiedo anch’io. La mia opinione è che la piazza dell’indignazione sia figlia di Berlusconi e faccia parte delle convulsioni di questa stagione politica. Non vedo perché dobbiamo intestarcela».
Il Pd sembra incline a cavalcare ogni protesta.«Sì, e mi pare una scelta rischiosa. Ci si illude che la piazza porti il consenso dalle nostre parti, mentre ci porta fuori rotta e ci allontana dal baricentro del Paese».
Vale anche per le scelte aventiniane delle opposizioni?«Certo. Il giorno prima della nostra assenza dalle aule parlamentari mi ero permesso di segnalare che non si trattava di una scelta felice. Non posso dire che il risultato di quell’iniziativa mi abbia fatto cambiare idea».
È capitato prima con Marchionne poi con Draghi: dall’amore all’odio.«Non ho mai coltivato un eccesso di zelo verso Marchionne e non ritengo che il nostro compito sia quello di erigere idoli. Un partito che ha ambizioni di governo deve confrontarsi con la realtà del Paese e non si può certo vedere nel sistema finanziario i nemici del popolo o nella Banca centrale europea l’avversario di classe. Non siamo chiamati a celebrare una rivincita postuma di Adamo Smith».
Bersani e Letta si dicono felici perché, disertando l’aula, le opposizioni si sono finalmente dimostrate unite.«Insisto sul punto: dobbiamo saper guardare al Paese nel suo insieme. Dopo anni di lacerazioni e forzature, occorre ritrovare un senso comune. Che in parlamento si riesca a maturare la stessa strategia è apprezzabile, ma il problema principale è convincere gli elettori che con noi si volta pagina».
Follini, in realtà il Pd vuole un governo di transizione o le elezioni?«Il Pd vuole un governo di transizione in un contesto in cui le possibilità di ottenerlo si fanno di giorno in giorno più esili. Io stesso lo auspico molto, ma lo prevedo poco. Perciò, se elezioni devono essere...».
Se elezioni devono essere?«Si torna al punto: qual è la nostra proposta per il Paese? O siamo quelli che lo ricuciono, o siamo i buoni che mandano a casa i cattivi».
Fosse per lei, naturalmente...«Io sono fortemente legato al primo di questi ragionamenti, ed ogni volta che sento richieste nell’altro senso mi preoccupo per il mio Paese e per il mio partito».
Crede che il Pd resterà il «suo» partito ancora a lungo?«Misuro ogni giorno le parole e i gesti della politica e vedo che qualcuno dei nostri era in quella piazza o simpatizzava dichiaratamente con essa».
Una scelta sbagliata.«Una scelta che oscilla tra ingenuità e irresponsabilità, e non so cosa sia peggio. Finché avrò voce saranno queste le cose che dirò al mio partito».