domenica 19 febbraio 2012

Sulla inutilità delle primarie

Le primarie nascono dentro una grande illusione, whitmaniana e americana, che tutto sia possibile, che ciascuno di noi potrà diventare il presidente, che il progresso è come la frontiera: si sposta con gli uomini e le carovane, sempre in avanti. Là avevano il far-west e l'epopea della conquista, qua avevamo Giacomo Leopardi che si prendeva perfino gioco del cugino Terenzio Mamiani con le sue 'magnifiche sorti e progressive'.



La ricetta delle primarie è la stessa della democrazia: c'è la convinzione che il popolo sia in grado di eleggere i migliori, e che i migliori siano in grado di guidare ottimamente il Paese. La democrazia, insomma, realizzerebbe l'irrealizzabile: il governo degli ottimati delle città-stato, il governo platoniano dei filosofi che diventano re o dei re che diventano filosofi. Ma mentre la democrazia è necessaria e va difesa sempre -perché, come sosteneva Churchill, “è stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora”- le primarie sono assolutamente evitabili.

Prova ne è che lo stesso Nichi Vendola sostiene le primarie quando si deve far fuori qualche candidato targato Partito Democratico; a casa sua, però, le trova indigeste. Il leader di SEL, ad esempio, pensa che le primarie siano state utilissime a Genova, ma che possano essere inutilissime a Taranto, dove che si fanno a fare, ché va benissimo ricandidare l'attuale sindaco Ippazio Stefàno, naturalmente in forza a Sel.

Il Pd è illuminato ancora dall'idea positiva che le primarie servano a scegliere i candidati più bravi. Epperò, se così fosse, significherebbe che i più bravi abitano altrove: a Milano, a Cagliari, a Genova, a Napoli, i candidati Pd hanno sonoramente perso. Ma diciamoci la verità, al Pd sarebbe andata male anche con una vittoria. Se avessero vinto i candidati ufficiali del Pd, tutti avrebbero gridato alle 'primarie' blindate, si sarebbero stracciati le vesti per il vincitore deciso già in partenza. Hanno vinto i candidati 'radical', e tutti a gridare al Pd spaccato, tutti a sottolineare la debacle, la debolezza del partito e chi più ne ha più ne metta. Insomma, comunque vada, sarà una sconfitta.

Secondo i più ottimisti, le primarie dovrebbero incarnare una moderna idea di cambiamento, che coinvolga non una minoranza, ma una solida maggioranza nella scelta degli amministratori. Insomma, le primarie dovrebbero selezionare la nuova classe politica, sostituendosi all'esperienza politica sul campo, ai lunghi anni di gavetta dalle sezioni al parlamento, alle scuole di partito, alle promozioni elargite dal segretario nazionale o dal comitato centrale del partito. Però non funziona così.

Escluso la macchina da guerra Fassino a Torino, i candidati vincenti delle primarie hanno un minimo comune denominatore: non sono del Pd, sono di un'area che possiamo definire radicalpolpolare-sinistroide-snob, predicano facili ideologie prêt-à-porter che mettono insieme slogan di buona amministrazione, Che Guevara e il complotto internazionale delle banche.

Sono così perché è così l'elettorato che partecipa alla gara delle primarie. Al di là del politicamente corretto, dobbiamo ammettere che, tranne in situazioni eccezionali, non tutti i cittadini avvertono così forte il patto che fin dalla nascita -e a loro totale insaputa- li lega allo Stato, e quindi non tutti i cittadini si sentono in dovere di appassionarsi alle cose della politica, anche quando essa è di specchiata trasparenza e moralità (e figuriamoci quando non lo è!), e così il rischio è che a votare ci vadano in pochi, e quei pochi saranno solitamente la medio-alta borghesia cittadina che deve espiare, attraverso la partecipazione alla vita pubblica, il peccato della ricchezza, e i più arrabbiati, i più disperati, i più radicali, che devono far pagare a qualcuno la sventura della povertà. Le primarie, in paesi cattolici e apostolici come l'Italia, rischiano quindi di trasformarsi in occasioni di psicoterapia di massa, utili senza dubbio a far sentire meglio chi vota, ma forse meno utili al Paese e al partito.

C'è poi un altro motivo che spiega il risultato: se ci sono elezioni così personalizzate, Masaniello vince sempre. Non siamo mica gli americani, noi, non abbiamo l'aplomb britannico, siamo una cosa a metà fra l'Europa e l'Africa, e dunque anche se il vincitore è un professore universitario stimato e di origini nobiliari come Doria, il pugno chiuso sta meglio a lui che non a Marta Vincenzi o Roberta Pinotti, e gli indignados dongalliani e quelli di altra risma e parte, al voto ci sono andati, e il loro voto sommato a quello della buona borghesia genovese, ha portato il 46% di consensi al 'marchese rosso'.

Ecco, il “caso Genova” è lo specchio dell'inutilità -o del danno arrecato dalle primarie. Scrive Enrico Pedemonte sul sito “Linkiesta”: “A Genova sono andati a votare davvero in pochi. 21mila elettori contro i 35mila di quattro anni fa. E i voti si sono concentrati soprattutto nei quartieri della borghesia. Il record di votanti è stato registrato nel quartiere bene di Castelletto, con oltre mille votanti e il 70% a Doria. Il giornalista di Repubblica Raffaele Niri, in un’attenta analisi dei risultati, scrive: «Il popolo del centrosinistra si è completamente trasformato, la “gente del Pci” non c’è più ed è stata sostituita da tanti pensionati e professionisti dei quartieri bene, Albaro, Castelletto, Foce». Sono loro che hanno scelto Marco Doria, il professore universitario, il marchese rosso, il radicale anticasta. I quartieri popolari si sono ampiamente astenuti. Molti del vecchi militanti non sono andati a votare, e c’è da pensare che lo abbiano fatto per ribellione contro un partito che proponeva loro due esponenti del partito (Vincenzi e Pinotti) che si beccavano in un dibattito spesso privo di contenuti comprensibili.”

Le primarie sono spacciate come un momento di partecipazione democratica, ma un grande partito che ambisce al governo del Paese, che è nato con un progetto innovatore e riformista, può benissimo decidere di fare a meno delle primarie, assumendo su di sé la scelta dei candidati, e aprendo alla partecipazione di elettori e iscritti altre occasioni, forse meno teatrali ma certamente più significative: le scelte amministrative legate all'urbanistica, la tutela del paesaggio, le politiche del lavoro, la stipula delle alleanze ecc.