sabato 20 aprile 2013

La speranza che resta al Pd

In due giorni siamo riuscito a ridare credibilità al M5Stelle, resuscitare per la seconda volta Berlusconi, triturare un galantuomo come Franco Marini, polverizzare il fondatore dell'Ulivo Romano Prodi. E infine far dimettere il segretario, il terzo che abbiamo avuto in soli cinque anni. Un record mondiale.
Ci comportiamo bene in campionato, vinciamo le semifinali, poi inevitabilmente capitoliamo nelle finali. Lo scorso anno dimezziamo di colpo i rimborsi elettorali, ma poi non riusciamo a comunicarlo agli italiani, che infatti non lo sanno. Portiamo milioni di cittadini a votare alle primarie, però manchiamo clamorosamente il risultato elettorale che in molti pensavano d'avere già in tasca. Siamo il primo partito in Italia, ma in quasi due mesi non riusciamo a formare il governo. Eleggiamo con un colpo da maestro due nomi straordinari alla presidenza di Camera e Senato, poi a porta vuota non segniamo il gol della presidenza della Repubblica.
Ieri Claudio Novelli, storico collaboratore di Veltroni, twittava “Forse stasera sarà più chiaro a tutti anche il perché di quelle dimissioni di @VeltroniWalter del 17 febbraio di quattro anni fa...”.
Sì, perché dietro questa incredibile vicenda non c'è solo insipienza politica o tradimenti di chi applaude il nome di Prodi e poi non lo vota, c'è ben altro. La soluzione più facile sarà scaricare ogni responsabilità su Bersani, ma sarebbe una via d'uscita troppo facile.
Per qualcuno il Pd è solo un luogo di esilio temporaneoInnanzitutto c'è la mancanza di fiducia nel progetto, nella 'ditta' direbbe Bersani. Questo è un partito che non ha ancora digerito l'unità del centrosinistra e dove -fra i suoi elettori come fra i suoi dirigenti- ci sono nostalgie fortissime del Pci e della Dc. L'idea di un grande partito che unisca le radici socialiste, quelle liberali e quelle cattoliche per poi innestarle su una nuova pianta, non piace a tutti. E' un problema di cultura politica, non solo generazionale.
Il Pd, per alcuni, è vissuto come un luogo di esilio temporaneo prima della rinascita o di un grande partito socialdemocratico o di un grande partito cattolico-liberale. Il Pd, quindi, visto come un tatticismo, e non una scelta strategica. E questo atteggiamento è stato assolutamente trasversale, c'entrano poco Bersani o Renzi.
E così il partito ha finito più per assomigliare alla brutta copia dei Ds o della Margherita, anziché crescere come un nuovo soggetto politico innovatore e riformista.
Incapacità di ascolto, negazione della realtà
In secondo luogo, c'è la miopia politica di persone che, o per ignoranza o per presunzione, sono incapaci di leggere la realtà, mentre invece la prima qualità di un buon politico dovrebbe proprio essere quella di comprendere il tempo in cui vive.
Quando esce il nome di Marini, la sera di mercoledì 17, su twitter e facebook si aprono le cataratte del cielo democratico.
Puoi pensare che quell'iradiddio sui social sia pilotato? Va bene, pensiamolo. Ma quanto pilotato? Il 50 percento, il 60 percento? E quando sul cellulare arrivano sms di iscritti Pd e dirigenti Pd che tu conosci, quando l'e-mail del partito si riempie di messaggi, un motivo di riflessione ci dovrà pur essere, o no?
All'inizio, più che insulti, sono preghiere: “per favore, fermatevi!”, poi grida d'allarme dei segretari locali: “nel nostro circolo siamo tutti contrari a Marini”, poi diventano minacce: “non vi voteremo più”. E infine arrivano anche gli insulti, tanti.
La sera di mercoledì, alle Invasioni Barbariche, Renzi, interpretando perfettamente l'anima del popolo PD, usa parole semplici e chiare: Marini è un dispetto per il Paese. Ovviamente non Marini come persona, un signore perbene, un fior fiore di sindacalista, ma quel che l'elezione di Marini in quel momento rappresenta.
Renzi non è più bravo di altri perché ha un migliore programma politico, ma perché è capace di ascoltare. Ascolta e riesce poi a dialogare con un linguaggio lineare, perfettamente comprensibile a tutti, dal docente universitario alla badante moldava che di italiano ne conosce solo un po'.
Nella nomination di Marini non c'è solo la morte annunciata della successiva candidatura di Prodi, ma c'è anche la tragica rappresentazione di dirigenti politici che non comprendono come le tecnologie dell'informazione e della comunicazione stiano cambiando il modello partecipativo della nostra democrazia.
C'è una ostinazione a non accettare la realtà, che un po' è donchisciottismo puro e un po' è supponenza dottrinale simile a quella di Don Ferrante che nei Promessi Sposi non crede alla peste e muore, 'come un eroe del Metastasio', prendendosela con le congiunzioni astrali.
Così, molti ai vertici del Pd non hanno creduto alla peste, ignorando le proteste e le voci del proprio popolo, e hanno portato il Pd fin dentro il baratro della dissoluzione.
Rete e Tv cambiano le regole della partecipazioneL'interconnessione Rete-Televisione, fa sì che i social network siano diventati potentissimi strumenti di diffusione, per cui la protesta nata su twitter raggiunge immediatamente anche l'anziano che abita negli Appennini, senza web ma con la tv. Non solo: ma fino a ieri la protesta degli elettori, arriva dopo alcuni giorni col postino, sotto forma di lettera dentro una busta affrancata. Oggi la voce della base arriva subito sulla email con un tweet nel cellulare del parlamentare.
Al tempo stesso, è saltato il meccanismo della mediazione interna ai partiti, i quali non controllano come una volta i dissensi interni. Fino a ieri, avresti potuto anche far votare Titti e Gatto Silvestro, ma innanzitutto la notizia che avevi votato Titti e Gatto Silvestro arrivava sui giornali, magari nella pagina delle cronache parlamentari, il giorno dopo, o dopo qualche tempo, a seconda dell'importanza del fatto, e il partito intanto metteva in moto la macchina periferica: riunioni nelle sezioni con il compagno segretario che spiegava il perché e il percome Gatto Silvestro e Titti fossero le scelte migliori, e poi l'articolo dell'Unità che era un po' la bibbia laica che ti spiegava bene come quella fosse stata la soluzione più adeguata.
Oggi tutto questo non c'è più. Può non piacerci, ma è così.
Il PD, o parte di esso, è rimasto con la supponenza del vecchio 'centralismo democratico' senza tuttavia averne la testa e la forza. Non riconoscere che, anche nella sacralità dell'elezione del presidente della Repubblica, ci sia una componente mediatica rilevante, vuol dire chiudere gli occhi ai mutamenti della società.
Chi afferma che il nome del presidente della Repubblica debba essere deciso non con le urla della folla, ma con la ponderazione e la riflessione del caso, ha ragione: Pertini o Scalfaro non sarebbero stati mai eletto a furor di popolo o attraverso le 'quirinarie' grilline. Dopo di che, pur avendo ragione, non può far finta che non sia cambiato nulla.
Possiamo fare l'esempio del calcio: come il lunedì al bar gli italiani diventano tutti allenatori, così oggi tutti i giorni gli italiani diventano 'politici'. E siccome i partiti (M5Stelle incluso) costano, supplicano i cittadini di votarli, chiedono loro di pagare la tessera o di cliccare su un redditizio blog, è chiaro che ognuno di noi può, anzi deve, essere protagonista della politica, anche se fosse solo per inviare un tweet.
Che poi la democrazia diretta del web, sia una bufala colossale e che la formazione dell'opinione pubblica sia manipolata tanto oggi quanto ieri, è un altro conto, ma questo non significa pensare che i partiti possano sopravvivere come un corpo separato dai cittadini.
Non puoi fare le primarie e poi pretendere che i parlamentari votino come sceglie il capoLa nomination di Marini nasce, in pieno stile prima e seconda repubblica, dall'accordo di Bersani con un'area del Partito Democratico, ma non con il coinvolgimento dei parlamentari, i quali sono convocati solo la sera prima del voto, nell'illusione che l'assemblea al Capranica possa essere semplicemente una sbrigativa riunione per mettere il sigillo finale all'accordo, senza tanti interventi, giusto una presa d'atto e poi buonanotte e arrivederci a domattina.
Quell'assemblea si rivela, invece, una polveriera che esploderà qualche ora dopo.
Durante l'assemblea, i parlamentari eletti con le primarie e quindi legati ai territori, ma anche coloro che le primarie non le hanno fatte ma sono comunque consapevoli che non possono perdere il consenso degli elettori, con le orecchie ascoltano Bersani ma con gli occhi leggono sms e tweet che arrivano dal proprio territorio e inondano tablet e cellulari.
Se Bersani organizza le primarie e pretende che i suoi candidati abbiano la benedizione del popolo, come può pensare che poi quegli stessi parlamentari non abbiano a cuore quel che il popolo dice e scrive?
Una speranzaCome accadde con Veltroni, oggi tutti gongoleranno per le dimissioni del segretario, ma addossare ogni colpa a Bersani sarebbe un errore imperdonabile.

Dobbiamo, innanzi tutto, rimettere in discussione noi stessi, tutti, dai parlamentari agli iscritti, dai segretari di circolo agli elettori, e domandarci se crediamo davvero a un progetto politico che si chiama PD: l'unico progetto, a mio avviso, che potrebbe davvero salvare questo Paese, senza la demagogia aziendale del duo Grillo e Casaleggio, senza il rigore da bancario di Monti e Fornero, senza il devastante berlusconismo che già tanto ha ferito l'Italia.
Se ci crediamo ancora, allora bisogna rimettersi in marcia, sapendo che elettori e iscritti non sono il nemico del PD, sono i nostri 'azionisti', non ascoltare la voce degli elettori, significa solo una cosa: che si è sbagliato mestiere.