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| Liliana Segre, intervistata da Bianca Berlinguer, ha ricevuto a Fano il Premio Passaggi 2018 |
Non risparmiarono nessuno, i soldati nazisti che entrarono nel ghetto di Roma il 16 ottobre di 75 anni fa. Alle 5.15 di sabato mattina, giorno di festa per la comunità ebraica, le SS invasero il ghetto e strapparono dalle case 1.259 cittadini romani di origine ebraica. 207 erano bambini.
Gli ebrei rastrellati e imprigionati, inclusi vecchi e ammalati tirati giù dal letto così com'erano, furono caricati in camion militari e trasportati al Collegio militare di Palazzo Salviati in via della Lungara.
Rimasero in quel luogo per circa trenta ore, poi alcuni stranieri furono rilasciati, mentre 1024 furono segnati per essere deportati nel campo di sterminio di Auschwitz.
Alle 14.05 del 18 ottobre del 1943, diciotto vagoni piombati partirono dalla stazione Tiburtina con il loro dolente carico umano. Sopravvissero in 16 su 1024: quindici uomini e una donna.
"Il 16 ottobre 1943 fu un sabato di orrore, da cui originò una scia ancor più straziante di disperazione e morte: la deportazione degli ebrei dal Ghetto di Roma costituisce una ferita insanabile non solo per la comunità tragicamente violata, ma per l'intero popolo italiano". Lo scrive il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una dichiarazione.
"In questo giorno di memoria e raccoglimento - aggiunge - la Repubblica si stringe alla Comunità ebraica italiana, ai parenti, ai discendenti dei deportati, poi torturati e uccisi, e rinnova il proprio impegno per rafforzare i valori della Costituzione, che si fonda sull'inviolabilità dei diritti di ogni persona e che mai potrà tollerare discriminazioni, limitazioni della libertà, odi razziali".
"Fu l'inizio anche in Italia, favorita dalle leggi razziali varate dal regime fascista, di una caccia spietata che non risparmiò donne e bambini, anziani e malati, adulti di ogni età e condizione, messi all'indice solo per infame odio. Oltre duemila italiani di origine ebraica scomparvero da Roma in pochi mesi, costretti nei treni della morte verso i campi nazisti".
Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma, durante la commemorazione di ieri che si è svolta proprio nel Collegio militare di via della Lungara, ha rimarcato che "Entrare in questo luogo significa andare indietro nel tempo, in un'epoca che ha segnato noi tutti profondamente, anche la mia famiglia. La razzia di quei giorni non ferì solo gli ebrei ma tutta la città. L'impegno di oggi non deve passare solo per le sofferenza e il dolore, ma per i giovani che hanno bisogno di ascoltare, di comprendere e di domandare. Gli ebrei sono una risorsa di questo Paese, quindi momenti come questi devono essere fonte di speranza e di impegno comune".
Stamattina a Radio Capital, la senatrice a vita Liliana Segre è intervenuta con la forza della testimone che ha visto tutto, che ha vissuto tutto. Parole piane, senza odio, le sue, e per questo ancora più tremende: "In quella retata furono portati via mio zio, sua moglie e i loro tre bambini. Per i legami che aveva mio zio, avvocato della Sacra Rota, furono aiutati e nascosti in Vaticano. Si erano salvati dopo aver assistito a scene spaventose, ai pianti e alla disperazione di queste persone che venivano portate via. Si sentirono sempre miracolati ma quasi colpevoli di aver assistito a queste scene di panico, averle fatte loro stessi, e poi di essere stati in Vaticano tutto il tempo della guerra".
"I vecchi e i bambini - continua Segre - erano i più increduli. Lo capisco adesso che sono vecchia: i vecchi diventano come bambini, hanno lo stesso stupore davanti al male".
Quel giorno Segre aveva 13 anni ed era "nascosta in casa di una famiglia eroica, di conoscenti, che rischiava la fucilazione per nascondermi".
Del rastrellamento si seppe in tempo reale? "Sicuramente lo seppe mio padre, e lo seppero i miei nonni, ma non bastò a far capire che si doveva scappare, che si doveva fuggire. Allora era quasi impossibile pensare che quella cosa tragica sarebbe successa anche in Italia. Due, tre anni prima, alcuni parenti che avevano capito decisero di andare in America e, quando ci venivano a salutare, in casa mia li si prendeva per matti".
Questo mio articolo è stato pubblicato il 16-10-2018 sul sito e sul quotidiano online Democratica

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