venerdì 19 ottobre 2018
Reddito di cittadinanza e fine del traffico automobilistico
La "Nota Diplomatica" di James Hansen è fra le più brillanti e acute riflessioni quotidiane che si possano leggere online. Non ha un sito, non ha una pagina facebook, è spedita attraverso e-mail a un'ampia platea di destinatari. Quella di oggi, è dedicata al "reddito universale" - e curiosamente, nota Hansen, si parla di reddito universale quando non ci sono più soldi...- con una proposta curiosa e interessante: anziché reddito universale, mobilità universale e gratuita per favorire spostamenti, occasioni, pubbliche relazioni, affari e ricerca lavoro.
Prima di proseguire nella lettura della Nota, bisogna aggiungere che James Hansen è un ex diplomatico Usa, ex corrispondente per l’estero dell'International Herald Tribune e del Daily Telegraph. E' stato anche capoufficio stampa di Olivetti, di Fininvest e in seguito di Telecom Italia. Da anni è titolare della Hansen Worldwide, uno studio di consulenza in relazioni internazionali per primari gruppi italiani e stranieri. Negli ultimi anni ha diretto la rivista di geopolitica East. È gerente anche della testata Nota Design.
È in corso in molti paesi un dibattito sul “reddito universale di base”. Il discorso italiano varia, di poco, per l’interessante sostituzione della parola “universale” con l’espressione “di cittadinanza”, forse per venire incontro alla xenofobia “light” del momento.
Giustizia sociale o diminuzione della ricchezza nazionale?
Il problema politico è ovvio e noto. La proposta, comunque la si giri, è di togliere del reddito
ai contribuenti produttivi per darlo a chi per definizione non è in condizioni di produrre.
Ciò corrisponde a un’idea della giustizia sociale, ma spostare risorse limitate verso impieghi
meno produttivi riduce anziché accrescere la ricchezza complessiva nazionale.
Il contrasto è probabilmente irrisolvibile perché entrambe le parti hanno ragione. Permettere
a una fetta della popolazione di stare nella miseria in mezzo alla prosperità degli altri non è solo ingiusto, è socialmente pericoloso. Al tempo stesso, si teme che il reddito base, garantito in ogni circostanza, possa ridurre la motivazione al lavoro perché, come osservò Cesare Pavese: “lavorare stanca”…
Non reddito, ma mobilità universale e gratuita
Il riconoscimento che le due visioni, entrambe valide, non siano conciliabili ha stimolato nei paesi
anglosassoni una ricerca di alternative al reddito garantito dalla quale irrompe ora la proposta di
sostituirlo con massicci investimenti sulla “mobilità di base” universale e gratuita.
I vantaggi sono molti, a partire dall’impatto economico dei progetti infrastrutturali. Il trasporto pubblico gratuito riduce l’inquinamento e non crea sperequazioni tra i beneficiari, pur rafforzando maggiormente i meno abbienti. Ampliando il raggio di movimento, rende accessibili posti di lavoro che prima non erano “in zona”. Incoraggerebbe dunque l’impiego, anziché rendere più sopportabile farne a meno.
Già oggi riuscire a far pagare il biglietto sui mezzi pubblici è un’impresa difficile e costosa. L’ATM di Milano, il gestore della Metropolitana e dei mezzi pubblici di superficie, spenderà nei prossimi mesi oltre 2 milioni di euro in sole tre stazioni (su un totale di 113) della rete sotterranea per installare nuovi tornelli alti che non possano essere saltati dai “furbetti” che non timbrano.
Crolla l'utilizzo dell'auto privata
Pesa anche un aspetto di politica pratica nei paesi che esaminano l’ipotesi. La necessità di accomodare visioni forti e anche fortemente contrastanti tende a generare compromessi insoddisfacenti, infelici e costosi—del tipo “va bene, facciamo, ma almeno lo facciamo male”—con, per esempio, la distribuzione di mancette modeste attraverso procedure lente, complesse e in qualche modo “punitive”.
La proposta, di gusto sessantottesco, di rendere gratuito il trasporto—urbano e, in là, anche interurbano —ha trovato nuova vita soprattutto con il riconoscimento che l’Occidente sia arrivato al “peak car”, cioè, al crollo nell'utilizzo delle auto private. Il metro “VKT”—Vehicle Kilometres Traveled—scende da tempo in Australia, Belgio, Francia, Germania, Islanda, Giappone, Nuova Zelanda, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti. La tendenza pare destinata a durare: in Germania il numero dei giovani che chiedono la patente è crollato del 28% nell’ultimo decennio, in Inghilterra è giù di quasi il 40% in due decenni.
Il ricorso all'allargamento dei trasporti come una risposta ai problemi sociali ed economici ha anche un antecedente nobile, la costruzione delle grandi vie consolari che fecero la fortuna dell’Impero romano, dando mobilità alla popolazione e al commercio—nonché alle centurie delle legioni…
Fonte: James Hansen -Nota Diplomatica del 19 ottobre 2018
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