Mentre aumentano gli attacchi antisemiti in tutto il mondo - alimentati dalla propaganda contro Israele, dove antisionismo e antisemitismo si confondono - e mentre si piangono le vittime dell'attentato di ieri alla sinagoga di Pittsburgh, negli Stati Uniti d'America, dal Medio Oriente giungono timide notizie positive di dialoghi fra arabi e israeliani.
Venerdì il primo ministro dello Stato d'Israele Benjamin Netanyahu è tornato da una visita riserata nell'Oman, uno dei paesi del Golfo arabo più pacifici e più quieti, dove spesso avvengono trattative diplomatiche segrete fra paesi che difficilmente potrebbero parlarsi pubblicamente fra di essi.
Oman, pronto a riconoscere Israele
Il Jerusalem Post, in un articolo firmato da Tovah Lazarov basato anche sui lanci dell'agenzia di stampa Reuters, ci illustra ciò che sta succedendo in quell'area così critica del nostro pianeta.
Innanzi tutto si tratta di una visita storica, come sottolinea il JP:
L'ultima visita israeliana è avvenuta nel 1996, quando l'ex primo ministro Shimon Peres si era recato in Oman per incontrare il sultano e aprire un ufficio di Rappresentanza commerciale israeliana.Il quotidiano di Gerusalemme spiega che Netanyahu si è recato in Oman su invito del sultano Sayyid Qaboos bin Said Al Said, per discutere di questioni regionali. Netanyahu e il Sultano hanno parlato di "modi per portare avanti il processo di pace in Medio Oriente e hanno discusso una serie di questioni di reciproco interesse per la pace e la stabilità in Medio Oriente ", ha affermato l'Ufficio del primo ministro israeliano.
Quell'ufficio fu chiuso quattro anni più tardi, dopo l'inizio della Seconda Intifada nell'ottobre 2000. I legami economici non raggiunsero mai il livello delle piene relazioni diplomatiche.
La vera novità che è emersa è l'Oman si è detto implicitamente pronto a riconoscere lo stato di Israele. Non è poco: non dimentichiamo, infatti, che ancor oggi Hamas, che governa Gaza e i territori palestinesi della Striscia, ha nel suo Statuto costituente la finalità di arrivare alla distruzione completa dello Stato di Israele e all'uccisione di tutti gli ebrei da parte dei mussulmani (articolo 7).
Scrive il Jerusalem Post:
Il ministro degli esteri dell'Oman, Yousuf bin Alawi, ha dichiarato: "Israele è uno stato presente nella regione e lo comprendiamo tutti. Anche il mondo ne è consapevole e forse è tempo per Israele di essere trattato allo stesso modo [degli altri stati] e anche di portare gli stessi obblighi ".
Yousuf bin Alawi bin Abdullah, ministro del Sultanato responsabile per gli affari esteri, ha dichiarato al vertice sulla sicurezza nel Bahrain che
"l'Oman offre idee per aiutare Israele e i palestinesi a incontrarsi, ma non agisce da mediatore".
"Non stiamo dicendo che la strada è ora facile e lastricata di fiori, ma la nostra priorità è mettere fine al conflitto e trasferirsi in un nuovo mondo", ha detto bin Alawi al summit.
L'Oman fa affidamento sugli Stati Uniti e sugli sforzi del presidente Donald Trump impegnato a lavorare verso "l'accordo del secolo" (la pace in Medio Oriente), ha aggiunto.
Il ministro degli Esteri del Bahrain, Khalid bin Ahmed Al Khalifa, ha espresso sostegno all'Oman sul ruolo del sultanato nel tentativo di assicurare la pace israelo-palestinese, mentre il ministro degli Esteri dell'Arabia Saudita, Adel al-Jubeir, ha affermato che il regno ritiene che la chiave per normalizzare le relazioni con Israele sia il processo di pace.
Il ruolo del sultano dell'Oman
La notizia è stata ovviamente ripresa da tutti gli organi di informazione del mondo. In Italia, La Stampa ha pubblicato ieri un interessante servizio di Giordano Stabile, in cui si punta 'obiettivo sulla figura del sultano e su ruolo chiave di questo stato del Golfo:
Qabus bin Said Al-Said è il più navigato dei leader mediorientali, al potere dal 1970. Ha tenuto fuori il Paese da tutte le guerre settarie, ha mediato fra Arabia Saudita e Iran, mantiene l'equidistanza. Nel 1994, subito dopo gli accordi di Oslo, l'allora premier Yitzhak Rabin era già stato dal sovrano. Ora Netanyahu si rivolge di nuovo a lui.
Il comunicato del governo israeliano dice che hanno discusso «nuove vie per far avanzare il processo di pace e numerose materie di interesse comune per la stabilità in Medio Oriente». Cioè di Palestina e di Iran. All'inizio della settimana Qabus ha accolto il presidente palestinese Abu Mazen, accompagnato dal potente capo dei Servizi e possibile successore Majid Faraj.
Con i colloqui israelo-palestinesi bloccati da quattro anni, Gaza sul punto di esplodere e il piano saudita-americano nelle secche, forse il Sultano è l'unico che può far ripartire i negoziati. Le sue capacità di mediazione erano già state apprezzate dall'ex segretario di Stato John Kerry, ai tempi dell'intesa sul nucleare iraniano.
Sul sito Informazione Corretta, che monitora quotidianamente tutto ciò che i media pubblicano su Israele, il commento è stato questo:
I 'pacifisti' dovrebbero imparare dal premier israeliano, che invece di chiacchierare preferisce i fatti. Oltre a essere primo ministro è anche ministro degli esteri, dicastero che guida con grande abilità. Glielo riconoscono anche gli israeliani, che continuano a votarlo. Così funziona la democrazia.

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