venerdì 28 dicembre 2018

La donna che canta

Recensione La donna che canta di Denis Villeneuve


Una moderna tragedia greca, La donna che canta (2010, nomination come miglior film straniero Premi Oscar 2011).  Implacabile nella dolorosa scoperta della verità, il film del regista Denis Villeneuve è un congegno commovente e crudele, ben sottolineato dal brano finale di Grégoire Hetzel, Incendies (come il titolo originale del film), che accompagna i titoli di coda.



È una storia il cui sfondo è la guerra, quella del Libano, e l’odio religioso; lo spettatore, tra l’altro, farà bene a informarsi prima della visione, poiché avere un quadro abbastanza chiaro di cosa accadde nel paese dei cedri dagli anni Settanta ai Novanta è una bussola quasi indispensabile per districarsi nell’eterna e sanguinosa diatriba tra cristiani e mussulmani.

A tal proposito, c’è, a mio avviso, una inclinazione, una ‘simpatia’ quasi epidermica nei confronti della parte mussulmana: quando si parla di stragi e di rappresaglie, si usano due metri. Vedremo le stragi commesse dai cristiani contro i mussulmani, mentre sentiremo solo parlare delle stragi perpetrate dai mussulmani verso i cristiani, e naturalmente l’immagine colpisce e rimane impressa assai più della parola: tutti, alla fine del film, ricorderemo, ad esempio, la terribile scena del bus.

Ma questo non è così importante: la tragedia che si mette in scena in La donna che canta è senza tempo e senza luogo, sarebbe potuta accadere in un’altra guerra, in un’altra epoca, in un altro paese. Non sono nemmeno importanti alcuni dati contraddittori del film, alcune incongruenze come l’età dei personaggi, perché qui quello che davvero conta è l’intreccio drammatico, la conflittualità senza soluzione, la ricerca straziante della verità, qualunque essa sia.
E anche se alla fine l’amore sembra vincere - nonostante tutto, nonostante ciò che abbiamo visto e ascoltato e conosciuto - in realtà l’amore non trionfa ma rimane comunque l’unico appiglio possibile per sopravvivere.

Non è un film con un vincitore, questo, è un film su come si perde, sul dolore della guerra, sulla violenza che possono generare le religioni, su quanto l’animale che chiamiamo ‘essere umano’ possa esercitare la sua ferocia, la sua brutalità, infierendo su altri esseri della sua stessa specie. Una conferma della visione delle cose di Wajdi Mouawad, il romanziere e drammaturgo libano-canadese autore del testo teatrale su cui è basato il film. Mouawad, in un altro testo, il romanzo Anima pubblicato in Italia da Fazi editore, arriva all’unica verità possibile: «il cielo non ha visto niente di più bestiale dell’uomo».

È un film doloroso, dove si ritrovano elementi da Sofocle come da Shakespeare, ma anche dai Menecmi di Plauto, solo che qui la commedia e gli equivoci sono voltati, e votati, alla sofferenza. La Via Crucis segnata dal lutto e dal sangue, inizia con un amore contrastato come quello di Romeo e Giulietta del drammaturgo inglese. Anche in questo caso, c’è una giovane coppia di amanti che è divisa non da una faida familiare ma dalla religione, lui islamico, lei cristiana. In quel Libano (ma non sarebbe molto diverso oggi) una coppia mista è una vergogna insanabile, e così la prima stazione dolorosa è un assassinio: quello compiuto dai familiari di lei che uccidono il giovane mussulmano.

La seconda stazione verso il Golgota è uno strappo innaturale: la separazione di una madre dal proprio figlio, perché la giovane protagonista è incinta, ma tenere il bambino, frutto del rapporto con il ‘nemico’ mussulmano, sarebbe impossibile. E così il neonato viene affidato a un orfanotrofio. È da qui che si sviluppa tutto, dal lutto e dalla separazione.

La donna che canta è la storia di una ricerca: due gemelli, Jeanne e Simon, alla morte della madre, Nawal Marwan, ricevono dal notaio Jean Lebel una strana eredità (tema ricorrente in Mouawad): quella di recapitare al proprio padre, che non hanno mai conosciuto, e a un fratello, di cui nemmeno sapevano l’esistenza, due lettere scritte dalla stessa Nawal, prima di morire.
Il percorso fra l’odio della guerra e la tragedia della vita, comincia così, con Jeanne che parte, per conoscere la verità su sua madre, ma anche su se stessa.

Il film si muove su due piani: il presente e il passato, e l’analessi serve non solo a comprendere le conseguenze del passato della madre che si ripercuotono nel qui ed ora dei figli (ecco, ancora, l’eredità che è una sorta di Fato, che determina il necesse est del film), ma anche a raccontare un’altra storia, quella della vita di Narwal, la cui figura prende spunto dalla biografia della militante comunista Souha Fawaz Bechara, appartenente alla milizia del Fronte di Resistenza Patriottica Libanese, che nel 1988 tentò di uccidere il generale cristiano maronita Antoine Lahad, a capo dell'ELS, l'esercito a protezione del proclamato Libano Libero Indipendente.

Fermiamoci qui con la trama, per non svelare troppo. Aggiungiamo che quei fatti sono il filo rosso di tutta la vicenda raccontata dal film, che ha due luoghi, il Libano e il Canada, in un intreccio geometrico perfetto nella sua perversità, perché il Libano è il luogo delle origini della giovane Nawal (interpretata da una straordinaria Lubna Azabal) ma è anche il luogo del ritorno dei due gemelli, e il Canada è il luogo da cui partono i gemelli ma anche quello in cui tutto alla fine si ricompone, perché ogni tragedia deve concludersi col ricostituirsi della scena, e nel nostro caso anche con l’amore, l’amore che Nawal testardamente e, ancora una volta, nonostante tutto, si ostina a coltivare, benché anche lei abbia patito l’odio e abbia odiato a sua volta.

Una nota finale: la matematica - passione o ossessione del regista - è la cifra che caratterizza il film. Due sono i tempi (passato e presente), due i luoghi (Libano e Canada), due i gemelli, due le lettere da consegnare (al padre e al figlio), ma alla fine scopriremo che 1+1 non fa 2,bensì che 1+1 è uguale a 1.

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