mercoledì 1 gennaio 2020

Il futuro può tornare indietro. Giacomo Leopardi, Riccardo Luna e il nuovo anno 2020



Com'è stato il 2019 e come andrà il 2020? Riccardo Luna, giornalista, già direttore di Wired, nel suo blog Stazione Futuro su Repubblica.it, chiude l'anno vecchio e apre il nuovo con un articolo dal titolo esplicitamente ottimista e anche provocatorio, alla faccia degli eterni pessimisti: “Eppure il 2019 è stato il migliore anno della nostra vita”.


Cita dati interessanti, legati a un generale miglioramento della vita nel mondo: ad esempio, ogni giorno 325mila persone in più hanno avuto accesso all’energia elettrica, 200mila in più hanno ottenuto l’acqua corrente e 650mila in più ogni giorno sono state connesse ad Internet.

Non solo, nel 1981 il 42 per cento degli abitanti del pianeta viveva con meno due dollari al giorno, nel 2019 quella percentuale si è ridotta drasticamente: uno su dieci. Secondo Luna, nonostante i tanti problemi da risolvere (e nomina il riscaldamento globale, le ingiustizie sociali), “la consapevolezza di aver fatto tanto deve darci la motivazione per completare l’opera”.

Il 2020 e le magnifiche sorti e progressive

Giacomo Leopardi avrebbe potuto leggere l'articolo e mettersi a ridere: il Poeta sapeva bene che la Natura non si cura dell'essere umano e che le 'magnifiche sorti e progressive' che ci narra Riccardo Luna e che furono esaltate anche dal cugino pesarese di Giacomo - quel Terenzio Mamiani cui sono intitolati diversi licei in Italia e che fu anche ministro della Pubblica istruzione di un governo Cavour nel Regno di Sardegna – quelle sorti non necessariamente sono magnifiche o progressive, e basta che veniate qui, dice Leopardi, “su l'arida schiena del formidabil monte sterminator”, qui sul Vesuvio, dunque, per rendervi conto “quanto è il gener nostro in cura all'amante natura”.

Provocatore e geniale, a volte cinico, sempre irriducibilmente ironico, Giacomo si fa beffa dell'ottimismo meccanicista, mentre il suo sguardo vaga sui “campi cosparsi di ceneri infeconde, e ricoperti dell'impietrata lava”, laddove un tempo sorgevano ville e c'erano fertili campi coltivati.

Felice anno nuovo, caro Venditore d'Almanacchi

Del resto, Giacomo gli auguri di buon anno ce li ha fatti una volta per tutte con il “Dialogo di un Venditore d’almanacchi e di un Passeggere”. Questo sì che andrebbe letto, riga per riga, ogni primo giorno dell'anno:
Passeggere. Almanacchi per l'anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest'anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi? Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent'anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.

E continua così, Leopardi, fino a dimostrare che quel 'felice anno nuovo” non è altro che la nostra speranza del futuro, anzi l'attesa di qualcosa che non si conosce, attesa che è sconsideratamente ma utilmente positiva, perché è l'illusione, appunto, che ci sostiene.

Siamo tutti figli delle stelle positiviste

Insomma, per tornare all'editoriale di Riccardo Luna, a me pare che l'errore sia pensare, con insano ottimismo, che la strada verso il futuro sia “magnifica” e “progressiva”, che basti impegnarsi un po' per risolvere quel che ancora c'è da risolvere.

Questa visione delle “stato delle cose” è una eredità diretta del meccanicismo illuminista e poi del positivismo ottocentesco, fino al marxismo di cui ancora siamo intrisi: il Futuro non può che essere Progresso; anzi il Futuro è segnato da varie fasi, da epoche che si succederanno una dietro l'altra, in una certa visione teleologica, verso un inevitabile fine, un Bene, un Paradiso, una Città dell'Utopia.

A Sarajevo la morte non ha bussato prima di arrivare

Purtroppo, la storia ci racconta altro: non solo la Natura ci è contro con terremoti, eruzioni e altre sciagure, non solo l'essere umano a sua volta è spesso artefice di una guerra stupida contro la Natura, ma è lo stesso essere umano che gioca contra se stesso.

A Sarajevo la sera prima dei grandi massacri, serbi e croati e bosniaci dormivano insieme, e questo è accaduto a metà anni 90 del Novecento, non mille anni fa. A Berlino c'erano ebrei che pensavano che Hitler fosse un male passeggero: ne morirono sei milioni nei campi di sterminio, prima che il male passeggero fosse eliminato.

La guerra, le stragi, le pulizie etniche in Sri Lanka o Rwuanda, in Cambogia o nella Cina di Mao, in Armenia o a Timor Est non hanno bussato prima per avvisare: hanno fatto irruzione e ogni volta si sono portati via qualche milione di innocenti. Hanno lasciato interi popoli alla fame – e stiamo parlando solo del XX secolo... - altro che Progresso inevitabile.

La Storia torna indietro, gira, svolta, va avanti, percorre strade impervie, cunicoli nascosti, a volte precipita in burroni, poi riesce a rialzarsi e a ritrovare il sentiero. I dati positivi che Riccardo Luna snocciola in sequenza andrebbero letti in altro modo. Certo, con la consapevolezza che sono buoni dati e che potrebbero anche migliorare, ma con una differente interpretazione della storia.

Il decisivo accumulo di esperienze

Non c'è nessun destino segnato, nessun progresso automatico: quei miglioramenti – e ne potremmo aggiungere tanti altri: si pensi alla medicina – sono il risultato di un accumulo di esperienze di giorno in giorno, di anno in anno, di secolo in secolo; esperienze cumulate, sovrapposte, tesaurizzate che hanno portato risultati nuovi da una generazione all'altra, e ancor più dal momento in cui i saperi hanno iniziato a trasmettersi e a diffondersi attraverso il libro stampato.

Non c'è un disegno finalistico nello scorrere del Tempo, c'è solo questa straordinaria, casuale e fortuita circostanza che il nostro sistema umano di apprendimento è capace di imparare dall'esperienza, e quei dati positivi vanno letti, quindi, non come risultati raggiunti per sempre, perché mete inevitabili del Progresso, ma come possibili - e non necessari - eventi di un percorso accidentato, dove l'accadimento imprevisto, il Cigno Nero, è sempre in agguato.

Sì, potrebbe andar peggio...

Anche le cose che paiono più semplici, non dovrebbero essere date per scontate. Riccardo Luna cita il numero degli analfabeti: “nel 1945, tre italiani su dieci non sapevano leggere e scrivere; oggi quel problema è azzerato”. C'è un libro, uscito nel 1997 per i tipi della Fazi, intitolato “Come gli irlandesi salvarono la civiltà”.

Lo ha scritto un eccellente storico americano, Thomas Cahill, e ci racconta, con il rigore dello studioso accademico e la leggerezza dell'intellettuale vero, come i monaci irlandesi, dalle isole britanniche al meridione d'Italia, si prodigarono durante le invasioni barbariche per conservare e tramandare la cultura occidentale, poiché buona parte dei saperi – a partire dall'abilità di leggere e scrivere – che nell'impero romano erano dati per scontati, per assodati, furono persi. 

Da una generazione all'altra, nell'Europa invasa da migrazioni che avevano sconvolto e distrutto il vecchio Imperium Romanum, si cancellarono conoscenze e nozioni basilari. Alla faccia delle “magnifiche sorti e progressive”, ed è una lezione che non dovremmo dimenticare mai.

Nessun commento:

Posta un commento